Vladimir Fainberg scrittore


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Stava facendo la fila...
   

Stava facendo la fila...

Stava facendo la fila con una borsa da viaggio appesa con una cintura larga sulla spalla. Era una borsa leggera. Comunque, il contenuto (qualche taccuino, delle biro, gli attrezzi per rasarsi) non superava affatto i tre chili.

Piu` avanti, vicinissimo si delineava la schiena di una donna: si chiamava Mascia.

Mentre lei, facendo la fila, si avvicinava al check-in, spingeva una borsa pesante appoggiata sul pavimento, riempita essenzialmente dei vestiti di Artur piegati accuratamente. Mascia teneva in mano un'altra borsa con le sue cose.

Le larghe spalline della lunga giacca marrone facevano sparire in mezzo alle spalle la testa di Mascia, coperta di capelli neri corti. Le maniche della giacca rimboccate malamente, la gonna grigia lunga, le scarpe da ginnastica, tutto questo dava un'impressione di trascuratezza.

Anche se non si era girata nemmeno una volta, Artur sapeva: questa creatura enigmatica ogni momento sentiva la sua presenza, non gli avrebbe permesso di perdersi.

«Una palla attaccata ad un quadrato appoggiato su due piedi» — cosi` Artur con un po` di cinismo conclude le sue osservazioni. Nell'ultimo mese e mezzo e' stato costretto a diventare dipendente da questa persona, in sostanza per lui completamente estranea.

— Qui e` vietato fumare! Smettetela. — Echeggio` una voce maschile stizzita.

Artur si giro`. Erano passati davanti alla fila un ufficiale della guardia di frontiera e l'hostess sottile e bionda.

Un vecchio particolarmente bello, con una faccia da medaglia, di tipo caucasico, vestito con una giacca all'ultima moda di cachemire nero, continuava a soffiare fumo dal sigaro come se niente fosse. Era circondato da tre giovani alti e robusti vestiti di giacche di pelle. Uno di essi, di un grasso malato propose: Smettila, Giabrailic. lo lo butto nella pattumiera.

Il vecchio fece un sorriso mostrando la fila di denti dorati.

— Un tirapiedi che decide per il padrone sara` uguale a zero, — disse con tono edificante e strizzo" l'occhio verso Artur.

Mascia si avvicinava gia` allo stretto passaggio del nastro trasportatore con lo schermo per il controllo dei bagagli a mano.

Fuma? Lei sembra un teppista uguale a me.

Artur senti` il dito del vecchio toccare la sua schiena. Questo tocco lo scotto`. Si giro` di nuovo.

— Gradisca, — il vecchio porgeva una scatolina fine con i piccoli sigari costosi «Caffe` creme» prodotti in Olanda.

In questo momento la mano di Mascia sposto` la mano del vecchio, strappo" la borsa di Artur dalla sua spalla, la mise accanto alla propria sul nastro trasportatore.

— Tiri fuori i passaporti con i biglietti, — disse facendolo passare per primo verso il banco del doganiere.

— Grazie per l'informazione, pero` sono ancora in grado di difendermi da solo, -brontolava Artur, quando insieme con gli altri passeggeri stava seduto sulle poltroncine nere davanti al «Duty Free» in attesa dell'imbarco.

— Non ho dubbi, — rispose Mascia. — Solo che questo rimbambito e` riuscito a bruciare la sua giacca. Bisognera` comprarne una nuova. Artur balzo` dal suo posto, si sfilo` la giacca, noto` sulle spalle un buco bruciato dal sigaro. Come un foro di pallottola. Gli piaceva questa giacca gia` vecchia, comprata tredici anni prima a Barcellona.

— Ma si puo` rattoppare? Con il filo azzurro.

— lo personalmente non ho intenzione di farlo. Si sieda. La sua gamba si stanca. Mi perdoni, ma lei e` un spilorcio. Non si vergognava di don Donato per quella tovaglia di plastica in cucina? Adesso ha i soldi. In Europa non aggiustano la roba vecchia ma la buttano via.

«Va all'estero per la prima volta, in questa Europa, e gia` comanda» -pensava Artur indossando la giacca quando vide uscire dal «Duty Free» illuminato dalle luci artificiali multicolori, il vecchio accompagnato dai suoi amici robusti.

Svito` il tappo di una bottiglia di forma piatta, si attacco` al collo, la fece girare.

— Faccio un salto a prendere un gelato. — disse Mascia all'improvviso. — Per piacere mi dia i soldi.

I soldi, i due passaporti e i biglietti li aveva Artur nel suo portafoglio. L'esperienza aveva dimostrato che questa creatura perdeva sempre qualcosa e inoltre, indubbiamente, faceva parte di quella categoria di persone che attirano in modo particolare l'attenzione dei ladri e dei truffatori.

Mise la mano nella tasca laterale. Gli erano venuti i brividi. Non c'era il portafoglio.

— Eccolo qui`! — Mascia si piego` dalla sua poltroncina e lo raccolse dalla moquette ricciolina. — E` caduto mentre lei si stava sfilando la giacca.

Mentre tirava fuori i soldi, Artur noto` fra se` che non si era accorto di un oggetto grande come un portafoglio caduto dalla tasca.

In quel momento l'altoparlante annuncio' l'imbarco per il volo charter «Mosca-Rimini».

— Dio non vuole che mangi il gelato, — Mascia si alzo`, consegno` ad Artur la sua borsa, sollevo` le proprie.

«Fa bene Dio, — pensava Artur camminando dietro a Mascia in mezzo agli altri passeggeri nel buio dentro il corridoio, verso l'entrata nel «Boeing»: trenta cinque giorni dobbiamo stare in un altro paese...»

Essendo inserito a forza nel ritmo della fretta inutile di tutta la gente, senti` il dolore alla gamba sinistra e, dopo aver gettato la borsa nel compartimento bagagli in alto e aver fatto sedere Mascia al posto vicino all'oblo`, era contento di lasciarsi cadere sulla poltrona indicata nel biglietto. L'abitacolo chiaro del «Boeing» risultava riempito meno che a meta`.

II vecchio coi denti dorati e i suoi compagni si erano collocati nella fila centrale un po` avanti. Artur vedeva la borraccia continuare a passare di mano in mano, vedeva come di nuovo il vecchio si fosse messo a fumare. Echeggio` il fischio delle turbine.

— Vuole togliersi la giacca? — chiese Mascia. — L'aiuto?

— Grazie. Non fa ancora troppo caldo.

Fuori dell'oblo` brillava il mattino dell'aerodromo, pieno di sole, da qualche parte sotto i pannelli superiori si diffondeva l'aria fresca.

L'hostess correndo nel passaggio contava i posti che erano rimasti vuoti. Ad Artur sembrava la stessa bionda che aveva visto all'aerostazione. «D'altronde, tutte con le loro divise blu, si assomigliano l'una all'altra come «Barbie» — penso` e guardo` Mascia. Ecco chi non assomigliava per niente a quello standard di femminilita`.

— Lei e` cortesemente pregato di non fumare, — echedggio` la voce della hostess. — Guardi si e` gia` acceso lo schermo.

Il vecchio continuava a fumare imperterrito. Il fumo bianco filamentoso saliva verso il soffitto dell'abitacolo.

— Che cosa le ho detto? Sembra una persona attempata, lei non sa` forse che

non si puo` fumare. Soprattutto al decollo.

Portatela via questa prostituta! — esclamo` il vecchio. Uno de i ragazzi, quello grasso, si alzo` in piedi, si piego` verso l'hostess.

Fai la brava, vai via.

— Come si permette di trattarmi cosi` — la sua voce si era interrotta per un attimo. — L'aereo non decolla finche` non smette di fumare!

— Qualcuno la porta via questa prostituta?! Signori, per quale ragione pago tremila verdoni. Se non la porta via tra un secondo, lo licenzio, quel fannullone! — il vecchio soffio` di nuovo il fumo.

Lei e` un cafone, — l'hostess si mise a piangere. — Smetta di fumare.

Artur in vita sua aveva gia` visto tanto, gli sembrava di essere abituato a qualunque cosa, eppure gli sembrava strano che finora non fosse intervenuto nessuno.

Si sieda subito, — disse Mascia. — Tutto andra` a poato senza di lei.

Infatti, l'hostess gonfia di pianto gia` portava con se` il comandante dell'aeromobile — un vero ercole, con la camicia bianca stirata bene, la cravatta nera.

— Cosa sta succedendo? Chiamo subito la polizia e la gettano fuori bordo!

— Non fare rumore, capo, — il vecchio si alzo`, prese dalla tasca una banconota verde, la mise con gesto svogliato nel taschino della camicia del pilota.

Lui la tiro` fuori stupito, la scruto` e si reco` verso la cabina dei piloti insieme con l'hostess afferrandola per mano.

Dopo un'ora e mezzo di volo la stessa hostess insieme con la sua compagna come niente fosse si mise a spingere il carrello con il pranzo passando anche nella fila dove sedeva il vecchio. Egli dormiva. La sua squadra prese con eccitazione i vassoi col cibo.

L'aereo faceva, secondo quanto comunicato alla radio, il percorso Mosca-Kiev-Bucarest-Garz-Rimini.

Dopo aver pranzato Mascia si mise a dormire. Artur si sorprendeva perche` non era emozionata per il fatto di andare per la prima volta all'estero, di trovarsi fra pochissimo in Italia. Per lui invece questo volo sembrava una smorfia cattiva del destino. Trovarsi in terra italiana completamente debole e, ancora peggio, insieme con questa creatura sgraziata come guida... Aveva gia` visitato Spagna, Francia, molti paesi. Poteva vedere tutto, camminare dappertutto, non dipendere da nessuno. E adesso andava in Italia.

Tutte le cose buone succedono troppo tardi. Non era piu` come una volta. La donna non era quella che voleva. Solo l'Italia rimaneva sempre lo stesso paese bellissimo, di cui scrivevano gli autori dei testi scolastici, i classici di belle lettere, dove girava i film Federico Fellini.

Siccome l'aereo doveva atterrare a Rimini, dov'era seppellito quest'uomo che Artur considerava uno dei suoi maestri, egli decise prima di trasbordare dall'aereo al treno e recarsi al sud dello stivale italiano in un paese sconosciuto, Barletta, di comperare dei fiori, almeno una rosa, trovare il cimitero e metterla sulla tomba del genio morto poco prima.

«Fellini sembrava l'ultimo uomo vivo in quest'Europa che sta morendo spiritualmente, — pensava Artur. — Anche se negli ultimi film non cercava piu` nulla, non provava ad aprirsi la strada verso Dio. Constatava semplicemente la tragicita` della vita secondo il principio — «sorridi ed asciuga le lacrime».

Solo adesso seduto sulla poltrona dell'aereo, Artur si era reso conto di quanto avesse ragione Mascia, che dormiva accanto, con la nuca abbandonata

sull'appoggiatesta, che dopo la sua terza o quarta comparsa l'aveva rimproverato duramente, dicendo che si era lasciato andare del tutto. Che la malattia della gamba, e il guaio con gli occhi non scusavano niente. Ne` quello che in cucina era sporco, ne` che gli angoli delle finestre erano piene di ragnatele... Che contava che i suoi libri uscissero nel mondo uno dopo l'altro. Che da tutte le parti ricevesse i pacchi di lettere contenenti elogi. Qualche volta Artur riceveva a casa sua persone che giungevano a Mosca proprio per incontrarlo, per porgli le loro domande.

Cercava di mostrare coraggio. Non tutti quelli che notavano sulla scrivania di Artur una lente che ingrandiva cinque volte erano in grado di indovinare che non poteva piu` leggere una riga senza.

Due mesi prima, appunto dopo le sue faticose andate alla clinica, gli aveva telefonato Mascia. Aveva ricordato subito con sicurezza la storia di due anni prima della restituzione magica del crocifisso, l'aveva invitata a casa sua.

Mascia aveva notato subito sia la lente che il soffitto sporco per'acqua infiltratasi, il polsino della camicia con un bottone staccato.

Per cominciare aveva chiesto ago e filo, dopo la scopa.

Aveva cominciato a visitare Artur prima una volta alla settimana, poi due volte. Portava sempre un pacco con viveri comprati per strada.

«Lei e` disperato perche` ha perso la fiducia in Dio.» — aveva dichiarato una volta mettendo sul tavolo pane, formaggio e pomodori.

Artur scrupolosamente le restituiva i soldi spesi. Li prendeva, senza fare la finta benefattrice.

Aveva capito presto che Mascia viveva in ristrettezze. Faceva la segretaria in una ditta, guadagnava duecento dollari e meta` dello stipendio era costretta a pagarla per l'alloggio. Aveva in affitto una stanza nell'appartamento di una vecchietta alcolizzata.

Viveva lei stessa in una estrema difficolta`, con una totale mancanza di comodita` quotidiane, questa donna solitΰria di trentatre' anni. Non aveva nessuno tranne la mamma a Kiev, che Mascia con la regolaritΰ" di un pendolo andava a trovare due volte al mese il sabato e la domenica.

Era una persona buona, ma tanto piu` dava fastidio ad Artur la sua lotta continua con le ragnatele e con la polvere, perche` sinceramente non le notava, non le vedeva. Non chiedeva permesso per nulla. La seconda o la terza volta trovo` da sola nello sgabuzzino l'aspirapolvere. Da quel momento un rombo terrificante divento` il segno della sua presenza in casa.

Non faceva che parlargli della credenza in cucina scrostata e consumata dal tempo, che era necessario comprare la lavatrice, che non aveva senso aggiustare le camicie ed i maglioni bucati, bisognava buttarli via. E li butto`. Non sentiva nessuna contraddizione. Non essendo per lui nessuno, comandava, lo spingeva a fare le spese che non gli sembravano per niente necessarie.

Da un anno lavorava sul libro nuovo. Come per tutti i libri precedenti doveva «dargsi da mangiare». Cioe` imparo` a mantenersi col minimo sufficiente per sentirsi giorno per giorno in forma lavorativa.

Sentiva: quello che egli sapeva lo sa molta gente. Ma nessuno riesce ad esprimerlo. Talvolta gli sembrava di essere una penna nella mano invisibile di milioni di persone sole ed isolate...

Ecco perche` gli davano fastidio i tentativi di Mascia, dettati dalle intenzioni migliori, di inserirlo in quella che Artur chiamava fra se «volgarita` della vita», vanita`.

Doveva affrettarsi. Finche` era vivo, finche` gli occhi vedevano apparire dalla punta della biro la sua scrittura scarabocchiata che era sempre piu` difficile da

correggere guardando con la lente.

... Lancio` uno sguardo verso Mascia ancora addormentata. Caccio` via una mosca che girava accanto ai suoi capelli corti viaggiando dalla Russia in Italia senza biglietto e senza visto.

Ultimamente Mascia si era addentrata nella cosa piu` importante: leggeva ad alta voce le pagine appena scritte, le correggeva secondo quello che lui dettava.

Il lavoro sul libro si avvicinava alla fine. Bisognava sistemare il manoscritto, riscriverlo a macchina.

Cosi` Mascia in breve tempo comincio` a fare le funzioni dell'economa e della segretaria. Artur non aveva niente per pagarla.

Da quando aveva speso i trecento dollari accumulati per pagare la tortura inutile che durava da un mese, le sue riserve erano esaurite. I soldi bastavano solo per mangiare e per pagare le spese della casa. Si rassegnava col fatto che le visite di Mascia sarebbero cessate. La propria esperienza gli suggeriva che la beneficenza prima o poi dev'essere pagata.

Ad Artur venne in mente di proporre a questa creatura piena di abnegazione di trasferirsi a casa sua, di vivere gratis nella seconda stanza: in quel modo avrebbe risparmiato cento dollari al mese.

Mascia ascolto` questa proposta con tranquilita` e domando`: «Ma perche` non me ne ha parlato prima? Tra poco viene dall'Italia un anziano sacerdote. Ha chiamato per telefono dei miei amici italiani chiedendo loro di prendergli in affitto una stanza per avere accanto una persona con cui parlare russo, fare pratica. E` innamorato della Russia, studia russo».

Cosi` del tutto all'improvviso nel suo appartamento apparve don Donato.

E ora, invitati da lui, Artur Cramer insieme con Mascia andava in aereo in Italia.

Uscendo dal «Boeing» sulla passerella, nel calore abbagliante del mezzogiorno italiano, lui per l'ennesima volta, con aria smarrita, penso` allo strano concorso di circostanze: l'improvvisa invasione nella sua vita di Mascia, dopo la venuta di don Donato ed un anticipo completamente imprevisto per il libro nuovo ricevuto dall'editore.

— Ora buttiamo via la sua giacca, — disse Mascia incedendo dietro a lui. -Sembra un bersaglio russo ambulante.

Artur vide «Giabrailič» mentre faceva la fila verso il banco di controllo. Soffiando di nuovo il fumo del sigaro il vecchio passo` d'avanti, prima di tutti, puntando presuntuosamente ai russi che protestavano il passaporto di cittadino italiano. Contemporaneamente fece passare anche i suoi banditi sogghignanti.

Questi sorrisi, queste nuche coi capelli tagliati furono l'ultima cosa della Russia.

All'uscita dall'aeroporto Mascia tuttavia costrinse Artur a strappare la giacca. La caccio" dentro una pattumiera.

Ora stava accanto alle borse, vestito con una camicia bianca colle maniche corte e i jeans blu`, aspettando in mezzo alla folla che andava e veniva che Mascia cambiasse una parte dei dollari in lire. Quando perse Mascia dal campo visivo si senti` come un bambino piccolo.

«Un ragazzo spericolato, — pensava di se stesso. — E` finito il tuo tempo delle avventure e dei viaggi. A che cosa serviva a Dio tirarti fuori in questa condizione?»

— Tutto a posto, — disse Mascia, sollevando le borse. — Prendiamo il taxi e ci trasferiamo alla stazione.

— Un minuto! Avrei voluto comprare i fiori, trovare la tomba di Fellini.

— Prego. Prima, pero`, dobbiamo informarci sugli orari dei treni, acquistare i biglietti, chiamare Donato anticipatamente perche` venga a prenderci.

Mentre andavano in taxi, passando per le strade periferiche di Rimini, Mascia aveva saputo dall'autista che il cimitero si trovava in un'altra parte della citta`, non stava per strada.

Non stava per strada neanche il mar Adriatico. Le vie poco popolate, con le palme bruciate dal sole, balenavano nel finestrino del taxi, un piccolo giardino con una fontana mostruosa al centro, dalla quale l'acqua non zampillava; le cinte di calcestruzzo coi rozzi cartelli attaccati... Si ricordo` il film «I vitelloni» girato da Fellini circa trent'anni prima, un'inquadratura: tre ragazzi intontiti dall'ottusita` della vita provinciale stavano sulla punta dell'imbarcadero deserto a guardare il mare deserto... proprio qui`, a Rimini era` passata la gioventu` di Fellini. Di qui` si era svincolato, andando nella capitale, a Roma. Tutta la vita aveva girato film taglienti sull'umanita` peccatrice.

Una volta, da giovane, anche a lui, ad Artur, era capitato di vivere in una citta' marittima simile — la provincialissima Sukhumi: stare sul molo le sere invernali, come loro, osservare le luci lontane delle motonavi... La gioventu` sente piu` acutamente la propria solitudine nel mondo.

— Mascia, lei si rende conto che siamo in Italia?

— Ancora non lo so. Comunque voglio il gelato.

Questa creatura decisa era ancora una bimba, una fanciulla.

Dopo aver chiarito nella piccola stazione che il prossimo treno diretto al sud, arrivava a Rimini fra trentacinque minuti, e dopo aver comprato i biglietti e, contemporaneamente, anche la carta dell'Italia, e dopo che Mascia aveva telefonato a don Donato, loro attraversarono la piazza della stazione rumorosa, si sedettero sotto il tendone variegato ad uno dei tavolini del piccolo bar. Ordinarono per Mascia un gelato e per Artur un cappuccino.

— E ora sembra che stiamo in Italia. — disse Artur senza sicurezza, anche se tutto intorno continuava a ricordare Sukhumi prima della perestrojka, al culmine della villeggiatura: i gruppi innumerevoli di turisti che pativano il caldo, coi pantaloni corti, canottiere e zaini sulle spalle, i clacson degli autobus.

Mascia sedeva con la piazza alle spalle e divorava con grande piacere il gelato, nel quale era infilato un ombrellino multicolore.

Sembrava fosse tutto sistemato, tutto bene. Era buono il cappuccino. Ma Artur, guardando Mascia, guardando la folla di gente che bighellonava sulla piazza, sentiva dentro di se una crescente irritazione per quest'atmosfera d'ozio. Con disperazione penso` che il nuovo libro era finito e non sapeva ancora se avrebbe avuto in futuro la possibilita` di lavorare, di scrivere giorno per giorno. E questo viaggio, poteva darsi che fosse l'ultimo dono del destino. E davanti c'era la morte...

...Al marciapiede si avvicino` una «jeep» sciupata. Da li` uscirono a stento una vecchia vestita di nero, un bambino agghindato, con la cravatta a farfalla nera al collo, e un vecchio asciutto e triste. Si sedettero al tavolino vicino, cominciarono a discutere rumorosamente il menu` portato dal cameriere.

— Esige dalla nonna e dal nonno la coca-cola, l'aranciata, la pizza, il gelato di ananas ed un uovo di cioccolato. — tradusse Mascia.

Tutto cio`' fu portato subito dal cameriere su un vassoio.

Il piccolo prima di tutto si butto sulla pizza bevendoci sopra la coca-cola.

— Buono — urlava, gettando l'occhio dal gelato al bicchiere d'aranciata pieno di bolle.

La nonna e il nonno non ordinarono niente per se stessi, osservarono con muta ammirazione come mangiava.

— E` ora, — disse Mascia. — Sarebbe indecente prendere questo ombrellino per ricordo? Guardi quant'e" piccino.

Ma Artur guardava la nonna. Lei piangeva, cercando di nascondere le lacrime.

«Perche` i particolari della vita altrui, dei guai altrui mi colpiscono cosi` fortemente, mi restano in memoria per sempre?» — pensava Artur quando insieme con Mascia attraversava il trambusto della piazza, tornando alla stazione.

E dopo, nel vagone mezzo vuoto di seconda classe, un pensiero continuava a perseguitare Artur: dell'autosufficienza della vita, dell'importanza misteriosa di particolari che sembravano totalmente mediocri.

... Un capotreno, avanti negli anni, vestito della divisa blu` scuro che era entrato per timbrare i biglietti; un ragazzo ostentatamente elegante che spingeva nel corridoio un carrello con bevande e panini che si era fermato interrogativamente per un attimo davanti alla porta aperta; una ragazza coi capelli lunghi, con la valigia, che si era sistemata chissa` perche` sul sedile pieghevole nel corridoio. Era vestita di jeans cascanti e di una canottiera corta che lasciava la pancia scoperta.

Artur tuttavia vedeva tutto quello che succedeva accanto. Non lo abbandonava la sensazione della preziosita` di queste vite che avevano il diritto di essere come erano. Senza alcun elogio o alcun giudizio da parte sua.

Penso` che il suo stato d'animo fosse dovuto ad un motivo semplice: la freschezza e la chiarezza delle impressioni della vita straniera. Ma ricordo` subito: la stessa cosa gli era venuta in mente quando c'era mancato poco perche investisse una povera vecchia...

«Guardo tutto come se uscissi dalla vita, — penso` Artur. — Come se non fossi pui` qui».

Getto` uno sguardo a destra. Mascia gli sedeva vicino tranquilla, accanto al finestrino, leggeva un volumetto grosso coperto con una fodera di pelle con la cerniera, appoggiato sulle ginocchia. Questa Bibbia gliel'aveva regalata don Donato il primo giorno della sua venuta.

Era vissuto per un mese da Artur. Mascia appariva ogni sabato e domenica, organizzava il lavaggio, la pulizia, cucinava. Ad Artur sembrava strano sentire la lingua italiana nel suo appartamento.

Ma anche senza Mascia si arrangiavano a portare avanti i lavori domestici. Questo sacerdote che proveniva da Barletta, una citta` del sud Italia, era discendente dei crociati scandinavi diretti nei tempi antichi, attraverso lo stivale italiano, come su un ponte attraverso il mar Mediterraneo, verso la Palestina per la conquista del sepolcro del Signore. Per i suoi sessantadue anni era snello, alto, e solo i corti capelli bianchi, color acciaio inossidabile, dichiaravano la sua eta`.

Si alzava presto. Faceva obbligatoriamente ginnastica, si rasava, dopo di che ogni volta puliva minuziosamente il lavandino con la spugna. E si chiudeva nella sua camera. La` pregava per una o due ore, seduto sulla sedia vicino alla porta del balcone aperta.

Artur si alzava ancora piu` presto. Correggeva e rileggeva coll'aiuto della lente il manoscritto del nuovo libro.

Verso le nove dalla cucina cominciava a giungere un tintinnio delicato, da li` perveniva l'odore eccitante del caffe` «espresso». Donato lo faceva con una macchinetta nichelata particolare che lui aveva portato con se`, insieme con una tanica di plastica di olio di oliva e un chilo di un formaggio duro: il «parmigiano». Dopo colazione, quasi come quella dei pastori, Artur tornava alla scrivania, mentre

don Donato apriva il manuale e si metteva ad un nuovo assalto della lingua russa.

«Oh, mamma mia, il diavolo ha inventato questi casi! — echeggiava qualche volta un grido lacerante dalla camera vicina. — Vdova, vdove, vdovoju*.. Mamma mia!»

Donato amava la Russia da quando era giovane, provava un interesse lancinante per l'immenso paese nordico che aveva vinto Hitler, che aveva dato al mondo cristiano persone come Sergio di Ragonez, Serafino di Sarov, uno scrittore come Solgenizin.

Ora stando nel treno gli andava bene pensare a quest'uomo con gli occhi grigi, sempre energico.

Ma una volta si era manofestato diversamente.

— Che cosa stai scrivendo? Voglio provare a leggere i tuoi libri. — aveva chiesto una volta.

Artur aveva preso dallo scaffale un libro sottile: i ricordi del suo padre spirituale ucciso.

Per una settimana Donato era andato avanti fino alla fine del libro. Al termine aveva pianto.

Verso mezzogiorno, usciva. A volte fino a tardi. Celebrava la liturgia nel «costici»*, confessava, dava la comunione; andava negli ospedali, nelle case.

L'invito da parte di Donato, il suo desiderio sincero di vedere a casa sua Artur e Mascia, le faccende per ottenere i visti, i biglietti — tutto questo apparve improvvisamente, sembrava impossibile, incredibile. Ed ora il treno correva velocemente lungo la riva del mare Adriatico.

Ecco, dal finestrino gia` da un pezzo si vedeva il mare. Non era blu, ne` azzurro. Era verde dorato, si stendeva silenziosamente come un lago che non si puo` abbracciare con lo sguardo. Il sole al tramonto illuminava i frangiflutti di calcestruzzo, le spiagge deserte, i cubi bianchi degli alberghi e delle pensioni, che dominavano sopra I ventagli delle palme.

Per vedere meglio e per sgranchirsi un po`, Artur usci` nel corridoio verso la finestra.

La ragazza, seduta sulla sedia pieghevole, piegando la testa in giu`, pettinava i capelli lunghi fittamente ricci. Lo guardo" interrogativamente attraverso la cascata pendente dei capelli, e si mise di nuovo alla sua faccenda.

Artur si meraviglio" della spiaggia vuota. Non si vedevano ne` uomini, ne` automobili che avrebbero dovuto passare sull'autostrada.

Il treno stava per arrivare ad una piccola stazione. Anche se il nome era scritto a grandi lettere, Artur non riusciva a decifrarlo.

— E` Marina di Cienti, — echeggio` dallo scompartimento la voce di Mascia. — Si vedeva che lei non lo perdeva dal campo visivo nemmeno per un attimo.

Cinque giovani, uno di essi con la testa rasata, erano saliti dal marciapiede sul vagone. E il treno era partito di nuovo.

Fumavano nella piattaforma di accesso, discutevano di qualcosa, sembrava che litigassero.

Artur torno` al suo posto.

— Vuole vedere dove ci troviamo? — Mascia prese dalla sua borsa la carta piegata in quattro, la spiego`. — Ecco Rimini. Ed ecco la ferrovia. Lei vede? Le do` la lente?

— Si vede.

Vedeva infatti il nastro marrone della ferrovia che passava lungo tutto lo stivale d'Italia, discerneva a stento le letterine nere che componevano i nomi delle

citta`, vedeva una penisola grande, incuneata nel mare lontano, che loro stavano attraversando.

— Dov'e` Barletta?

— Ecco, — il dito di Mascia indico` il punto dove la ferrovia di nuovo costeggiava il lungomare. — Tutto il mese, per trentacinque giorni, andra` a nuotare, la sua gamba guarira`. Guardi, la stanno importunando.

Getto` uno sguardo nel corridoio. I giovani avevano circondato la ragazza, quello con la testa rasata, con aria apparentemente pacifica, le accarezzava la spalla.

Artur di nuovo si immerse nella carta. Presto` attenzione al fatto che nel lato sinistro dello stivale, quasi di fronte, si trovava qualcuna citta` grande, almeno il suo nome era stampato con lettere talmente grandi che lui riusciva a discernere: NAPOLI.

Mentre piu` a nord c'erano Venezia, Pisa, Assisi, c'era Firenze... Anche a Mosca stava pensando a queste tentazioni, certamente inaccessibili. Non sarebbero bastati i soldi per i viaggi, gli alberghi, il cibo. Tanto piu`, per lui con Mascia.

...Nel corridoio era successo qualcosa. I giovani, ridendo sgangheratamente, si erano diretti alla piattaforma di accesso. Mentre la ragazza brandendo le mani con enfasi si era messa ad urlare.

Mascia tradusse:

— Ma chi sono questi per farmi proposte schifose??! Chi sono? Ma chi li conosce?

Fuori del finestrino all'improvviso si fece buio. Nel vagone si era accesa la luce. Il treno stava arrivando a Barletta.

... Sul marciaoiede sotto le luci dei lampioni don Donato camminava rapidamente incontro ad Artur e Mascia.

— Siete arrivati! Grazie a Cristo! — li abbraccio`, gli prese le borse, li condusse attraverso l'edificio della stazione verso la piazza vuota addormentata, li fece sedere nella vecchia «fiat».

— Prima di andare a casa andiamo qui vicino, solamente a qualche chilometro, — disse, accendendo il motore. — Va bene?

— Va bene, — rispose con disponibilita` Mascia, seduta accanto.

Si misero a parlare italiano.

Guardando i tronchi degli alberi balenare nelle luci dei fari, Artur penso` che qui, in Italia diventava completamente dipendente da Mascia e da Donato, il quale avrebbe potuto indovinare che erano un po` stanchi dopo il lungo viaggio, avevano fame.

Negli occhi di Artur scoppio`, accecandolo, un cerchio fosforescente. Spari` lentamente.

Anche se il discorso in italiano non era comprensibile, baluginavano i nomi degli amici di Mascia Alessandro e Maria-Stella, i quali d'inverno vivevano a Mosca ed ora erano tornati per le vacanze estive a casa, vicino a Firenze. Si menzionava la parola conosciuta «comunita`». Artur sapeva gia` che questo significa «obsčina», sapeva che Mascia a Mosca frequentava regolarmente una delle «comunita`» nel «kostiol». Piu` di una volta Mascia con la cocciutagine che le era propria, aveva provato a ficcare dentro anche lui, finche" Donato aveva posto fine a questi tentativi, dopo averle ricordato che non c'era niente di peggio che privare una persona della liberta` spirituale.

«Ma se loro tuttavia si fossero messi d'accordo? — penso" Artur. — E per salvare la mia anima peccatrice cominciano a portarmi nelle loro comunita`...»

... Davanti, dietro le sagome scure degli alberi, cominciarono a filtrare le luci. La macchina passo` la recinzione di fil di ferro, si infilo` nel portone aperto, accanto al quale stava un uomo, e si mosse nel pergolato intrecciato di viti, verso lo spazio illuminato davanti alla casa di campagna.

La`, accanto ad un lungo tavolo apparecchiato c'era la gente che li aspettava. Avendo sentito il clacson di Donato balzarono dai loro posti, si buttarono incontro alla macchina.

Artur usci` dietro i suoi compagni di viaggio e senti` che finalmente si trovava in Italia. Dal buio giungeva il frinire delle cicale. A destra e a sinistra, sotto lo strato spesso delle foglie penzolavano grappoli d'uva.

Piu` tardi sedeva a tavola fra Donato e Mascia, davanti a lui si muovevano le mani abbronzate delle donne che portavano dalla cucina: padelle sfrigolanti con salcice equine, vassoi con la pizza, bottiglie di vino giovane, cesti di frutta, piatti con fette di anguria.

E di fronte, dall'altra parte del tavolo sedevano e mangiavano i figli di quelli che avevano preparato tutto. Una bimba piccina con timidezza avvicino` ad Artur un piatto con un mucchio di frutti a lui sconosciuti.

— Grazie, — disse Artur. — Spasibo.

I frutti erano giallastri, di forma ovale come le uova di papera. Buonissimi, meravigliosamente profumati.

— E` il frutto del cactus «opunzia», pulito dalle spine, — spiego` Donato. — Da noi si chiamano «fichi d'india».

«Dove ho gia` visto tutto questo? — penso` Artur, guardando il fogliame d'uva frastagliato, gli occhi brillanti dei bambini, le bottiglie, tutta quella abbondanza. Si ricordo` i negozi di antiquariato a Mosca nei tempi lontani del dopoguerra. Allora la` poteva vedere, e, se fosse stato ricco, anche comprare quadri antichi di maestri italiani che rappresentavano, come questo, banchetti di gente semplice.

Alla fine della cena le donne portarono fuori dalla casa una chitarra, si sedettero anche loro a tavola. Insieme coi mariti, coi figli, insieme con Donato e Mascia si misero a cantare. Fu` un inno a Quello che con loro era veramente misericordioso e generoso.

E anche con Artur.

   


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