Vladimir Fainberg scrittore


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Ricordi su padre Aleksandr Men’
   

Ricordi su padre Aleksandr Men’


Per i nomi delle persone, dei luoghi e degli oggetti che non hanno una traduzione in italiano, per mantenere una sfumatura russa (o sovietica) è stata adottata la seguente traslitterazione scientifica:

č - sempre dolce come in italiano cima;

ch - suono aspirato come in tedesco nach;

c - z sorda italiana come in zucchero;

z - s sonora di rosa;

g - sempre duro come in italiano gara;

v - in finale di parola si legge f;

š - come in italiano scena;

ž - come in francese jour;

e - je come in ieri;

ë - come in ione;

o - prima di una sillaba accentata = a;

y - suono velare = approssimativamente i preceduta da una breve u francese.

 

In russo è comune l’uso del Voi tra conoscenti, mentre da noi è ormai caduto in disuso. Traducendo il testo ho mantenuto una certa formalità nelle conversazioni fra l’Autore e padre Men’ attraverso l’uso del Lei, mentre ho utilizzato il Tu quando l’Autore racconta del padre. Questo mostra lo stretto rapporto che c’era fra i due, ma allo stesso tempo mantiene una distanza che veniva naturale a chi entrava in contatto con una personalità così straordinaria come quella di padre Men’.

 

***

 

Caro padre Aleksandr,

Aleksandr Vladimirovič,

Saša!

Quello che avvenne il 9 settembre del 1990 la mia anima non riesce a contenerlo. Nessun argomento ragionevole, neanche la tomba nell’angolo del cortiletto della chiesa, niente può obbligarmi ad abituarmi al fatto che non ci sei più. E che non sarai mai più con noi.

Non verrò più a confessarmi da te, non sentirò più la tua voce gioiosa e invitante:

- Mio caro, come sono contento che sia venuto! Tra di noi c’è Cristo. Mi dica, cosa la tormenta, cos’ha nell’anima?

E la mano calorosa non si poserà più sulla spalla, non mi stringerà più a sé, paterna.

… Non risuonerà alla porta la tripla scampanellata allegra, non entrerai nell’appartamento, rumoroso, grande. Non ci abbracceremo, non ci baceremo. I giorni feriali non si trasformeranno in festa.

La ragione ripete che non ci sarà più nulla di tutto questo. Tutta l’esperienza dell’umanità è testimonianza di questo.

Ma l’anima non si rassegna. Non riesco a pensare, parlare, scrivere «eri».

Per me tu ci sei. Vivo. Ogni ora, ogni minuto. Per sempre.

Quello che è capitato mi ha trovato nel mezzo di un lavoro su un nuovo romanzo, della cui intenzione ho fatto in tempo a raccontarti, ho fatto in tempo a leggerti la stesura delle prime pagine. Come sempre mi sollecitasti: «Scriva in fretta, finchè c'è tempo e ci sono le forze, finchè c'è la speranza di pubblicare, chi lo sa cosa succederà poi…».

Lavoravo quasi notte e giorno, intensamente. Tutto il tempo vedevo davanti a me i tuoi occhi luminosi. Questo lavoro divenne la zattera di salvataggio nel mare della disperazione, quando venni a sapere della tragedia.

E poi il romanzo finì. Ora non c'è più quella zattera… Le persone che sanno che mi donasti la tua amicizia mi chiamano, vengono a trovarmi, mi chiedono di scrivere le mie memorie su padre Aleksandr Men'.

Ma come scrivere delle memorie su qualcuno che per te è vivo? Questo vorrebbe dire riconoscere il fatto della tua morte.

Padre Aleksandr, Aleksandr Vladimirovič, Saša! Settimana dopo settimana, mese dopo mese, e sempre più spesso mi sorprendo a rivivere, di nuovo e ancora, con amara dolcezza, quel tempo in cui…

 

1

… Cade la neve.

Dicembre 1977. Mattino cupo, freddo. Gelo. Vado avanti e indietro vicino allo steccato della chiesa di Novaja Derevnja. La staccionata è chiusa con un lucchetto. La chiesa è chiusa, oggi non ci saranno funzioni. Nella casetta di fianco alla chiesa nessuna finestrella è illuminata .

Ho un appuntamento alle otto. Presto saranno le nove, e il prete ancora non arriva. Può darsi che si sia dimenticato di avermi chiesto tramite Olja di venire appunto oggi, proprio alle otto del mattino?

Se è così, allora, perché sto qui a gelare? Dicono che sia giovane, questo Aleksandr Men’. Dicono che incontrarlo non sia sicuro…[1]

Ma dove andare, se né nelle persone che conosco, nè nei libri a me accessibili, non riesco a trovare le risposte alle domande che ormai da qualche anno mi tormentano? Non molto tempo fa, in una casa, ho conosciuto una studentessa del primo anno di psicologia all'MGU[2]. Si chiama Olja. È credente. Racconta che il suo batjuška[3] è una persona straordinaria, un pozzo di scienza.

Io sono lontano dalla religione. Batjuška, va bene, io sono affamato e assetato del pane della conoscenza. Le circostanze sono tali che la mia passata visione del mondo è crollata, e una nuova non si stabilisce. Non avrei mai pensato che potesse essere così tormentoso. Chiedo ad Olja di poter parlare col prete, forse riuscirà a trovare del tempo per incontrarmi. Ed ecco che l'incontro è fissato. Ma lui continua a non esserci.

Olja mi ha detto che Aleksandr Men' è bello, maestoso.

Comunque egli sia, non è puntuale. Sono già intirizzito. Aspetto da un'ora e mezza. Perchè non me ne sono andato via? Da un pezzo potevo andare con l'autobus alla fermata dell'električka[4], sarei già tornato a Mosca, a casa.

… Cade la neve. E improvvisamente dietro la cortina appare un passante. Vestito non secondo il clima. Cappello. Cappotto. Corre. Verso di me.

Batjuška, in quel momento non mi sei sembrato nè bello, nè tanto meno maestoso. Vedevo davanti a me un uomo congelato come un cucciolo.

- Mi perdoni, per carità! È successo qualcosa sulla linea. Non c'era corrente. Sono stato un'ora sull'električka. Vengo da Semchoz, sotto a Zagorsk.

Il cancelletto si apre, saliamo sul terrazzino della casetta, apri una porta, poi l'altra.

- Si sieda, si riscaldi. Arrivo subito.

Studiolo stretto. Caldo. Mensole su cui sono sistemati stretti i libri. Icone. Una scrivania e due poltrone.

Rimasto solo, mi guardo attorno, mi abituo. Poi riappari in una tonaca nera, con una grande croce d'argento sul petto. E solo ora vedo che sei bello, maestoso. Tra le mani due grandi tazze con del tè caldo fumante.

Ci sediamo uno di fronte all'altro. I tuoi occhi attenti, allegri, irradiano apertura.

Ed è tutto difficile, è molto difficile iniziare a parlare. Ho paura che tutte le mie domande ti risultino incomprensibili, strane.

Di fatto, da quando ho iniziato a lavorare in un laboratorio semiclandestino di parapsicologia, a leggere regolarmente la letteratura - libri, fotocopie, manoscritti su problemi toccanti, di cui prima neanche sospettavo l’esistenza - da quando ho iniziato a curare le persone e, con mia stessa sorpresa, le guarivo veramente, da quel momento nella mia vita ha fato irruzione una nuova dimensione, che ha distrutto i miei precedenti ed abituali punti di riferimento.

Risultò che intorno a me la maggior parte delle persone, alcune delle quali con alti titoli accademici, si occupava dello studio di oggetti volanti non identificati, delle ricerche dell'uomo delle nevi, dello studio delle misteriose origini delle piramidi… Molti propagandano l'«Agni-Yoga» di Elena Ivanovna e Nikolaj Konstantinovič Rerich, dove si sostiene che sull'Himalaya si celano niente meno che i saggi immortali di Shambala, che influenzano il movimento dei processi mondiali, a richiesta e per qualunque abitante della terra.

A questo punto per la prima volta interrompesti il mio discorso sconclusionato.

- Se questi saggi esistono, che se ne vadano pure in pensione! Solo in questo secolo ci sono state due guerre mondiali, una rivoluzione sanguinaria, il terrore, a cui non c’è mai fine. E una spada di Damocle nucleare!

Ti alzi dalla poltrona, percorri gli scaffali con uno sguardo pensieroso, prendi un libro, un altro, me li porgi, e in modo così fiducioso, così semplice, pronunci le parole che come una chiave apriranno le porte del mio futuro.

- Mi creda, non c’è nessun miracolo nel fatto che riesce a guarire qualcuno, nessuno. Questa possibilità ce l'hanno tutti, come l'udito, la vista. Tutto questo sonnecchia nell'uomo in modo ridotto, embrionale. La Chiesa ortodossa russa si rapporta negativamente a questo tipo di guaritori. Si scontrerà ancora con tutto ciò. La Chiesa moderna è gelosa dei guaritori, perchè ha perso questo dono. Mentre una volta, nei primi secoli del Cristianesimo, ogni chiesa aveva il suo guaritore…

Nelle mie mani c'è un tomo di Vladimir Solov'ëv e un libro di un certo Svetlov, Le fonti della religione. Io, ovviamente, non sapevo ancora che E. Svetlov era uno dei tuoi pseudonimi.

Mi accompagni. Scopro che nella stanza vicina, nel corridoio, ci sono delle persone, sedute e in piedi, una fila intera di persone desiderose di incontrare padre Aleksandr Men'. Hanno le loro domande, la loro ansia, il dolore e la speranza.

 

2

Padre Aleksandr, Aleksandr Vladimirovič, Saša! Per colpa della mia eterna indolenza non ho mai appuntato ciò che mi dicevi. Nei dodici anni della nostra comunione avrei potuto metter insieme un altro libro, il tuo. Non prendo nota, non accendo il registratore. La tua presenza sembra così naturale, eterna. Non faccio una foto ogni volta al levar del sole!

Se le persone che si trovavano vicino a Cristo, agli apostoli, fossero state istruite, avrebbero forse preso appunti? È poco probabile. La presenza del miracolo afferra, pensi che non possa avere fine…

Mi ricordo sono alcune cose.

Mattino invernale. Ancora buio. Esci dal metro verso le casse locali della stazione Jaroslavskij, compri il biglietto per l'električka, e ogni volta vedi dei volti noti. Congelati, giovani, felici. Anche queste persone vanno a Puškino, alla chiesa di Novaja Derevnja.

L'električka passa velocemente accanto alle periferie innevate di Mosca, alle fabbriche, agli steccati, alle dacie. Lentamente, come assonnato, si fa giorno. Porto la solita pila di libri che ho letto, con i quali mi «nutri». I libri sono di argomento diverso: teologici, scientifici, filosofici. Risolvendo un problema ne destano ancora di più. Sto facendo un lavoro enorme dentro di me. Non mi spingi in nessuna direzione, mi lasci una completa libertà spirituale.

Autore di dieci libri di poesia e di prosa già pubblicati, già da lungo tempo non riesco a scrivere come prima. Pensare come sempre. Nonostante tutto quello che io abbia scritto prima fosse sincero, ma la mia precedente comprensione del mondo, delle persone, degli eventi, ora la vedo come caduca: in essa manca la cosa più importante, fondamentale. Cosa? Durante questo inverno vengo da te molte volte. E aspetto il momento in cui mi dirai direttamente: «Bisogna ricevere il battesimo. Solo il Cristianesimo dà l'unico punto di partenza, l'unica strada vera». Di questo urlano tutte le tue opere!

Ma per qualche motivo non me lo dici, e continui a «nutrirmi» con i libri.

… Eccomi a Puškino. Alla fermata dell'autobus 24 si ritrovano gli stessi ragazzi e ragazze. Sono tutti diversi, ma formano una sola famiglia. Sull'autobus appena arrivato si siedono i vecchietti e le vecchiette del posto, anch'essi membri di quella stessa famiglia.

Si conoscono tutti. Si salutano, si sorridono. Vanno in chiesa come a una festa.

L'autobus oltrepassa gli squallidi quartieri della cittadina, all'incrocio svolta a sinistra, in direzione della superstrada Jaroslavskij, verso Novaja Derevnja. La neve pulita evidenzia il verde dei pini. Il sole appena spuntato illumina la cupola della modesta chiesa di campagna nel vicolo.

Togliendo il cappello, salgo sul sagrato. A destra e a sinistra siedono i poveri, un vecchio magro con un rigo di muco che pende dal naso, e una signora con le guance grassocce e gli occhi furbi da ubriaca. Sono entrambi ripugnanti, come tutti i parassiti. Io, come se non notassi le loro mani sfacciatamente protese, passo loro davanti.

La funzione è già iniziata. Le vecchiette del coro cantano in modo commovente, nella cappella di destra c’è la coda. E lì, sotto la grande icona della Santa Trinità, ci sei tu, e con la stola copri il capo chino.

Sebbene non sia la prima volta che vengo qui, molte cose sono confuse, ma questa volta io, estraneo, non battezzato, mi rendo conto di ciò che mai, da nessuna parte, fino ad ora ho provato: questa è casa mia, qui sto bene, mi sento a mio agio. E allo stesso tempo ho paura di quello che chiamano «ritualismo»: quando in modo fanatico viene venerata l'apparenza, la forma.

Verso la fine della Messa, quando tutti, seguendoti, cantano il Padre Nostro, faccio attenzione al volto illuminato di una gracile signora anziana, che si trova nel coro di sinistra. Dai suoi occhi si riversa un fiume di amore, tangibile. Come un raggio di sole, esso illumina ogni persona, provocando un sentimento di risposta.

- Chi è? - chiedo io, dopo che i parrocchiani se ne vanno dopo il bacio della croce e la predica.

- È mia mamma. Elena Semënovna. Presentatevi. Volevo chiederle, se le è possibile, di provare ad aiutarla; ha una malattia al fegato.

Mi affidi la persona che ti è più vicina, che ti è più cara.

Forse è proprio per questo che più tardi, quando ci troviamo faccia a faccia nel tuo studio, trovo il coraggio di dire:

- Padre Aleksandr, batjuška, mi battezzi. Mi sembra di essere pronto.

- È l'entusiasmo pionieristico che parla in lei - mi rispondi. - È molto che legge i Vangeli?

- A mio tempo sono riuscito ad imparare tutta la Bibbia - dico io, leggermente offeso. - A Koktebel' l’ho letta tutto l'inverno, Maria Stepanovna Vološina[5] mi ha costretto.

- Per il Vecchio Testamento c'è bisogno di una chiave. Mentre il Vangelo… C'è il Vangelo? Tranquillamente, senza fretta, li rilegga daccapo. Quando sarà davvero maturato lo sentirò, io stesso stabilirò il momento del battesimo. D'accordo?

Forse hai ragione tu, ma mi dispiace. E ti chiedo rispetto ai poveri sgradevoli sul sagrato: per quale motivo bisogna far loro, palesi parassiti, la carità?

- Il sole splende allo stesso modo per tutti, - rispondi - come anche la Grazia di Dio. Per quale motivo ha deciso di giudicare quegli infelici? Chi lo sa cosa li ha portati fino a quello stato?

 

3

Tutto l'inverno, per tutto il '78, come se non avessi altri impegni, mi tengo in contatto con Elena Semënovna, vado a trovarla a casa. Spesso e sempre inaspettatamente ti incontro in questo piccolo appartamento, quando vai a trovare la tua mamma e le porti del cibo e le medicine.

Sai bene che Elena Semënovna ha il fegato completamente distrutto. Io riesco appena a togliere il dolore e il prurito terribile.

Ovviamente, lei mi racconta molte cose su di te, sulla tua infanzia, sulla Chiesa «catacombale», su tua zia, mi dà da leggere un quaderno con i suoi ricordi. Una volta mi diede un libretto azzurro, stampato a Varsavia, un libro di preghiere, grazie al quale ho imparato le preghiere e che conservo con venerazione, come una reliquia.

Mi trovo qui a scrivere e, come fosse viva, mi appare davanti tua mamma, il viso splendente di una sorprendente bellezza biblica, come se con i suoi tratti riproducesse i tempi di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Nè l'età, nè la malattia hanno potere su di lei, quando ti vede, quando parliamo di te. Splende tutta di un divino amore materno. Una volta mi disse: «Per lui è difficile, molto difficile. Volodja, quando morirò non lasciatelo. Vi supplico in nome di Dio».

Ma Elena Semënovna non conosce neanche un decimo delle condizioni in cui avviene il tuo servizio. Dalla soffitta della casa vicina gli agenti del KGB registrano su pellicola ogni persona che entra in chiesa, il parroco, zelante e invidioso, si mette a seguire ogni tuo passo, ogni tua predica. Ci sono informatori anche tra i parrocchiani.

Ma questo non è ancora tutto.

Una volta, quando in una sera primaverile usciamo insieme dalla casa di Elena Semënovna, chiedo:

- Aleksandr Vladimirovič, lo sa che alcuni dissidenti sono profondamente convinti che lei sia un generale cospiratore del KGB? Come se di proposito lei si metta a raggruppare attorno a sè i giovani, l'intelligencija moscovita, ad ascoltare le confessioni e poi vada a denunciarli.

- Questa non la sapevo ancora! - ridacchi come un bambino. - Però avevo già sentito di essere un agente cospiratore del sionismo. Altri affermano che Men' è un cattolico in segreto, che lotta contro l'ortodossia. Mentre gli organi sostengono che io sia un agente della CIA, un dissidente. Ed ecco, ora vien fuori che io non sia nientemeno che un generale del KGB!

- Si, e se lei è un generale, allora io sono un colonnello.

- Perchè?

Racconto del fatto che, a suo tempo, a Suchumi, spesso vedevo sul tram un uomo che non conoscevo, il quale mi salutava sempre con l'esclamazione: «Saluti, colonnello!». Quando gli chiesi perchè proprio colonnello, mi spiegò che ognuno nasce con un grado militare. «E voi, dato che siete zoppo, non soggetto alla leva, siete un tipico colonnello! E anche se vi farete in quattro non diventerete mai generale!».

Aleksandr Vladimirovič, ridi e dici che un punto di vista così originale sull'uomo non lo avevi ancora trovato. Mentre io per la prima volta con ansia mi ritrovo a pensare a te, al tuo destino: «Davvero lei solo stava ai quattro venti. Cosa l’aspetta? Il destino tragico degli apostoli di Cristo?» - da allora l’ansia non mi abbandona più. E da allora tu hai cominciato a chiamarmi scherzosamente “Colonnello”.

 

4

Per tutto questo tempo leggo e rileggo il Vangelo, insieme ad altri libri di teologia. Non ho neanche un briciolo di dubbio sulla giustezza della scelta che ho fatto. Ma quanto è difficile, nella pratica, seguire tutti i giorni i comandamenti di Cristo! A casa ho delle condizioni disperate. I mie i genitori, pensionati, non sono più autosufficienti, con mio figlio va male. Da tempo hanno smesso di pubblicarmi. Cronicamente al verde.

Mi faccio in quattro tra i parenti, la routine quotidiana, la fiumana di pazienti che ricevo ogni mattina[6].

Una volta, in estate, sono in un negozio, in fondo alla coda. Uno spilungone si arrampica sul bancone per prendere un salame, spingendo le vecchiette rassegnate. Io gli chiedo di mettersi in fila. «E tu, giudeo, cos’è, hai bisogno più di tutti?!?» si gira verso di me.

In risposta all'offesa, la mia mano destra si stringe automaticamente in un pugno, un riflesso sviluppato in anni di umiliazioni. Ancora un secondo e scoppierà la rissa.

E lì, padre Aleksandr, mi sono ricordato di te. Il Vangelo, i comandamenti di Cristo. Com'è difficile tirar fuori certe parole!

Come se imparassi a parlare in una lingua nuova, incredibile:

- Come ti chiami? - chiedo allo spilungone. - Pregherò Dio per te.

Anche i suoi pugni si abbassano. E così, senza aver comprato il salame, lo spilungone esce.

Il resto della fila mi guarda con perplessità. E io brucio tutto di un calore sconosciuto.

Improvvisamente il ragazzo riappare. Misero.

- Amico, perdonami. Senti, perdonami…

In questo modo imparo, comprendo le nuove regole per rapportarsi alle persone, al mondo.

Proprio in quel periodo mi imbatto in un’icona di Cristo, affumicata da un incendio, venuta a me per vie fantastiche e incomprensibili, come fosse arrivata di per sé. Sul libro aperto, che Egli tiene tra le mani, si deduce sia scritto: «Venite a Me, affaticati e oppressi».

È sorprendente come, senza sapere nulla di questi fatti, durante il consueto incontro tu improvvisamente dici:

- Il dodici luglio da noi è festa grande, è il giorno degli apostoli Pietro e Paolo. Si prepari. Venga. Dopo la Messa la battezzerò.

Arriva la vigilia della festa. La sera tardi carico la sveglia, la punto per le sei del mattino in modo da, non volesse Dio, non dormire fino a tardi, ripeto nuovamente le preghiere, il «Simbolo della Fede», ancora una volta, avvilito, ripenso agli eventi della mia vita peccaminosa.

Ed ecco che inizia.

«Ma che stai facendo?» penso io, che per così tanti mesi ho aspettato il giorno del Battesimo. «Portare il crocifisso al collo, baciare le icone, accendere le candele insieme alle vecchiette, osservare il digiuno… Come posso arrivare a una simile vita? Con buona volontà affidarsi all'abbraccio della Chiesa, che dice di si in tutto allo stato… Padre Aleksandr Men' è semplicemente un’eccezione. Mentre io, come ogni uomo non iscritto nel sistema, cerco una consolazione, una possibilità di distacco dalla realtà. Un'altra domanda: esiste veramente questa vita eterna, il Regno dei Cieli?».

Questi pensieri come fossero macine riducono in cenere tutto ciò a cui sono giunto negli ultimi mesi, tutti i frutti del lavoro spirituale.

Alla fin fine mi metto a dormire all’una di notte, prendendo la decisione finale di non andare a Novaja Derevnja. Ma non riesco ad addormentarmi. Appena chiudo gli occhi, un tremolio di linee e macchie bianche e nere. Seccature, vertigini.

Mi alzo. Accendo la luce. Il tremolio di linee continua anche ad occhi aperti. Non mi era mai capitato qualcosa di simile, nè mi capitò più.

Lo sguardo mi cade sulla parete, sull'immagine del Salvatore. «Signore, Gesù Cristo, salvami!», mi rivolgo a Dio con disperazione, sollevo la mano destra, in modo impacciato mi faccio il segno della croce, e immediatamente l'ossessione scompare. Come troncata. Le quattro del mattino. Mi metto a dormire.

Dopo due ore il trillo della sveglia mi fa destare. È una fresca mattina estiva. Mi alzo in fretta e mi preparo. Avendo dormito bene sono deciso, felice di ciò che sta per avvenire.

Nel tuo studio, dopo la funzione, mi battezzi in Cristo.

Confessandomi, mi rimetti tutti i peccati della vita precedente. Mi dici che ora sono puro come un bambino appena nato. Mi metti una collanina con una croce di rame.

Una sensazione di enorme responsabilità mi avvolge.

Racconto di quello che mi è successo la notte precedente.

- Mio caro, mi perdoni! Non l'avevo avvisata! Succede. Succede spesso. È un tipico attacco delle creazioni oscure dell’animo, delle forze diaboliche. È bene che abbia chiesto aiuto al Signore! Sa, ci sono dei casi in cui un uomo che va a farsi battezzare si addormenta di colpo nel vagone e passa oltre Puškino, oppure si siede sull'električka sbagliata e si trova a Bolševo, o da qualche altra parte. Succede di tutto!

Mi abbracci forte, mi regali le fotocopie rilegate del tuo libro Messaggeri del Regno di Dio e ci scrivi: «Perchè la memoria di questo giorno non si spenga mai. A. 12 Luglio '78».

 

5

L'iniziazione alla vita della Chiesa, al calendario ecclesiale, è come se unisse all'eternità. I santi e i martiri cristiani diventano delle persone altrettanto vicine e familiari quanto quelle che ti circondano in chiesa. Gradualmente la massa uniforme di oranti si rivela essere un'assemblea di personalità brillanti, realmente fratelli e sorelle. Solo uno sguardo esterno poteva vedere in essi una massa indistinta.

Marija Jakovlevna è un'anziana contadina russa di Novaja Derevnja. Quante sofferenze ha passato nella vita! Ma quanta bontà nel sorriso, negli occhi. Quando mi vedeva, immancabilmente mi faceva gli auguri, mi baciava e mi diceva: «Che Dio ti salvi, Volodja!».

E il cuore si riempie del calore in risposta all'amore e alla bontà.

E la vocina debole e toccante di Sonečka, che nel coro si riconosceva anche da lontano! Era sempre al suo posto, come una stellina nel firmamento.

Da qualche anno, senza neanche notarlo, ho iniziato a sentirmi realmente un membro di questa famiglia cristiana.

Batjuška, come mi dispiace non aver conservato nessuna delle tue lettere con le richieste di aiuto a questo o quel parrocchiano. Alla fine di ognuna c'era un disegno, una lepre o uno scoiattolino… Non solo, hai centinaia e centinaia di parrocchiani, e li conosci tutti per nome, tieni a mente la loro vita e tutti i loro problemi, ad ognuno trovi un analogo nel regno animale o vegetale.

Tutto ciò che di serio e significativo viene da te, spesso prende una forma scherzosa. E quanto c’è in te di infantile, di puerile!

Ma la canizie inizia già a colorare i baffi e la barba… Arriva il giorno in cui prepariamo il pranzo di commemorazione dopo il funerale di Elena Semënovna, tua mamma.

E dopo qualche mese, in una fredda sera di bufera, risuona inaspettato il triplo squillo di campanello.

Apro.

Congelato, coperto di neve, con le occhiaie gonfie, sei lì in piedi, batjuška! In una mano la cartella pesante, nell'altra una borsa di rete con dei cartoni di latte, delle bottiglie di kefir[7], una confezione di uova, del burro e delle arance.

- Ecco dove vive, Colonnello!

Padre Aleksandr, Aleksandr Vladimirovič, Saša, così quella sera sei entrato nella mia casa, hai conosciuto i miei genitori e mio figlio. Vedi con i tuoi occhi l’ambiente che finora hai conosciuto solo dai miei racconti. Sediamo tutti insieme attorno al tavolo in cucina, ceniamo, ci serviamo delle arance. C’è un contatto perfetto tra te e i miei familiari, come se vi conosceste da tutta la vita.

- Batjuška, perché ha trascinato fin qui la sportina ed è stato in fila? - dico, mentre ci appartiamo.

- Colonnello, oggi ci sono le strade ghiacciate e c’è la bufera. Per lei era complicato andare a fare la spesa, - mi rispondi, - mentre io ero già in città.

Ti lasci andare sulla poltrona che sta di fronte alla mia serra con le piante tropicali. E io vedo un uomo stanco morto, che desidera rimanere solo per un minuto.

Esco, chiudendo bene la porta.

- Che persona splendida il tuo batjuška, - dice mia madre, - forse che tutti i preti sono così?

Mi porto un dito alle labbra. Dopo un quarto d’ora la porta si apre.

- Piante stupende. Colonnello! È come se fossi stato nella giungla amazzonica! Beh, se mi sbrigo riesco ancora a prendere l’električka delle 21.40 - improvvisamente mi sussurri all’orecchio: - Mi hanno chiamato per un interrogatorio.

In risposta al mio sguardo smarrito e interrogativo, esclami con forza e ad alta voce:

- Non è nulla. Ce la faremo!

 

6

Qui, proprio al centro di uno Stato ateo totalitario, è stata creata un'opera gigantesca, nella quale viene analizzata la storia della ricerca spirituale di tutta l'umanità. Ognuno dei sei tomi di quest'opera porta ad una conclusione inconfutabile: la storia dell'umanità è il suo cammino verso Dio. Un cammino non lineare, ingarbugliato, pieno di tragiche digressioni, ma sempre con un vettore costante.

Quest'opera è stata scritta da un uomo.

Sei seduto in macchina, di fianco a me, in silenzio. Stiamo andando al villaggio di Semchoz lungo l’autostrada Jaroslavskij.

Mai, neanche una volta ti ho chiesto in che modo tu sia riuscito a far arrivare in Belgio questi libri e a stamparli là. So che ci sono delle tematiche di cui per ora non bisogna parlare. Spesso vedo che con dei ghirigori simbolici, comprensibili solo a te, scrivi sulla rubrica logora cognomi, indirizzi, numeri di telefono. Questo per non compromettere le persone in caso di una perquisizione.

A te, un prete, che anche con i fatti giornalmente predichi apertura, amore, non violenza, tocca condurre una vita da cospiratore. Per anni, decenni, in qualsiasi momento della giornata pronto all'arresto.

Padre Aleksandr, Aleksandr Vladimirovič, Saša! Cosa, oltre alla preghiera, posso fare per te?!?

Quale odio nelle alte sfere della gerarchia ecclesiale suscita il fatto che nelle tue vene scorra sangue ebreo! Il sangue degli apostoli. Della Madre di Dio, di Cristo stesso! E ancora ti odiano per invidia. Te, un uomo che in un’epoca di persecuzioni contro la religione ha attirato migliaia di cuori con la sua predicazione e con le funzioni,  e  che da solo ha creato un’opera di significato universale. I padri spirituali, a lor vergogna, trovano il modo per non stamparti nelle pubblicazioni del Patriarcato. In collaborazione con altri “padri” degli organi di sicurezza aspettano solo il momento di isolarti dalla gente, di annientarti.

- Perché è triste, Colonnello?

- Nulla, batjuška.

Guido la mia «zaporožec»[8] con il comando manuale, che ho ricevuto da poco tramite la previdenza sociale e che oggi hai benedetto, vicino alle porte della chiesa. Guido con particolare attenzione, di fianco a me c’è la più preziosa delle vite umane!

- Freni. Si fermi! - mi chiedi.

Fermiamo la macchina su una collina scoscesa, scendiamo sul ciglio della strada.

- Guardi, che bellezza! Ecco, laggiù nella valle, Radonež, città natale del venerabile Sergij[9]! Da molto tempo volevo mostrarle questo posto.

Con amore mi racconti del santo eremita, che si merita l'avvenimento della Madre di Dio, grande patriota della terra russa.

Ti ascolto con attenzione, e mi dispiace che non ti possano vedere nè ascoltare alcuni capi dell'Ortodossia russa. Come se ogni giorno invitassero gli altri al pentimento. Se una qualche volta leggeranno queste righe, che si pentano loro stessi, seppur tardivamente, per il destino che hanno preparato ad Aleksandr Men'!

Padre Aleksandr, Aleksandr Vladimirovič, Saša! Le tue labbra si muovono. Stai lì, sul ciglio dell’autostrada, sul dirupo, e preghi:

- Î ñâÿùåííàÿ ãëàâî, ïðåïîäîáèå è áîãîíîñíå îò÷å íàø Ñåðãèå...

Io ascolto attentamente e timidamente ripeto dopo di te:

- Ìîëèòâîþ òâîåþ è âåðîþ è ëþáîâèþ ÿæå ê Áîãó, è ÷èñòîòîþ ñåðäöà...

Poi arriviamo a Semchoz e per la prima volta vengo a casa tua.

Oggi, qui, ti racconterò del progetto di un lavoro pensato in questi ultimi anni. Per questo mi hai invitato a casa tua. Sono in ansia. Tutta l'esperienza della mia vita spirituale ha iniziato come a  cristallizzarsi, è comparsa una sensazione acuta di doverla portare alla gente.

- Ora le preparo il pranzo. Faccio una zuppa, - mi dici, ed effettivamente inizi a preparare il pranzo.

- Grazie batjuška. Per quanto mi riguarda, non mangio il primo. E in generale non mi va di mangiare. Piuttosto preferisco parlare.

- No, Colonnello, no. Colonnello! Dove è andato a finire il colonnello? - canticchi mescolando qualcosa nella pentola, metti sul fornello una padella e versi l'acqua nella teiera.

Mi sembra che preparare il pasto ti procuri una certa soddisfazione. Ma in generale tutto quello che fai, lo fai con piacere.

Secondo la concezione del mondo dei raggi-yoga, le vibrazioni positive o negative dell'uomo passano in ciò che egli fa, che sia nel cibo cucinato, nelle opere d'arte, o, diciamo, nella costruzione di una casa.

In ogni caso, mi prepari un pranzo buonissimo, poi beviamo un caffè e io ti racconto del progetto per il prossimo libro.

Tenendoti la barba con una mano, stai lì seduto. Ogni tanto ti accigli, ogni tanto sorridi. Poi ti alzi, metti in ordine il tavolo.

E d'improvviso mi interrompi:

- Scriva immediatamente!

- Ma io, secondo me, non sono ancora pronto. E poi, chi mi pubblicherà?

- Questo non la deve preoccupare. Tutto è nelle mani del Signore. Il suo compito è quello di scrivere. Questo è indispensabile. Quanto ha già scritto?

- Neanche una riga.

- Beh, Colonnello, è semplicemente un pigrone. Bisogna sbrigarsi, finchè siamo vivi. Chi lo sa cosa ci aspetta…

Mi benedici con il segno della croce: «Scriva liberamente, con tutte le sue forze. E tenga conto, anche se sono occupato, verrò spesso, ad ascoltare come se la cava».

 

7

Ecco come iniziò.

È difficile immaginare se ce l'avrei fatta a scrivere un romanzo senza il tuo appoggio. In questi anni muoiono i miei genitori, prima mia madre, e poco dopo mio padre. Arrestano delle persone che ritenevo essere i miei più cari amici. E ogni giorno arrivano malati da ogni dove.

A causa delle enormi difficoltà, il lavoro sul romanzo si dilunga per sette anni. E per tutto questo tempo mi sei sempre vicino. Una volta o due al mese, sia con la canicola che col gelo, arrivi da me; io apro la cartelletta azzurra dove sono accumulati i fogli scritti a mano. Leggo ad alta voce. Tu bevi il tè, ti alzi, cammini su e giù per la stanza, metti delle annotazioni-ghirigori su dei foglietti di carta.

Non ricordo nessuna occasione in cui mi hai fatto delle osservazioni sul testo o sulla composizione. Tuttavia, quando senti che da qualche parte non sono abbastanza preciso nella mia visione del mondo o indugio in alcune conclusioni che mi sembrano troppo sbalorditive per i lettori, allora mi dai una lezione intera. Veramente ispirante.

Poi ti accompagno alla stazione Jaroslavskij.

- Dio la protegga! - mi benedici, scendi dalla macchina e, senza guardarti attorno, cammini verso l'električka. Una figura dalle spalle larghe sotto al cappello, con l'impermeabile e la solita cartella in mano. La folla ti copre già…

Una volta, in un giorno d’estate, suona il telefono. È Lidočka Muranova, una parrocchiana della nostra chiesa, fa il fonico e la sarta di mestiere, è brava in tutti i lavori manuali.

- Vladimir L'vovič! C'è da me padre Aleksandr che sta male. Ha quasi la febbre a quaranta! È qualcosa con la colonna vertebrale. La chiamo senza che lui lo sappia, perchè non mi permette di disturbarla.

Mi annoto l'indirizzo. Corro a perdifiato con la «zaporožec» in un vicolo dell'Arbat. Entro nell'appartamento dove ci sei tu, in piedi, che detti qualcosa al registratore, il viso contratto dal dolore.

Ti sfioro la fronte. Effettivamente arde. Io e Lidja ti costringiamo a provare la febbre. Trentotto e nove.

Salta fuori che periodicamente ti viene una suppurazione di una cisti congenita alla colonna vertebrale. Questa volta è un episodio particolarmente acuto.

Telefono a un chirurgo che conosco all'ospedale 71, a Kuncevo. Questi mi dice che si tratta di una cosa seria, è necessario aprire d'urgenza la suppurazione con una piccola operazione. Promette di incontrarci all'accettazione.

- Aleksandr Vladimirovič, andiamo! Subito!

- Macchè?!? Colonnello, si riassorbirà.

Con la forza io e Lidija riusciamo a prepararti e a metterti in macchina. Guardo, non riesci neanche a sederti per bene, ti appoggi sul fianco.

Esco dalla confusione dei vicoli dell'Arbat, e sento il segnale di richiamo di una «čajka»[10] nera che, sorpassandoci, si ferma vicino al marciapiede. Nella «čajka» c'è un uomo con i paramenti bianchi da metropolita.

- È Juvenalij. Freni, Colonnello!

Un minuto dopo seguo la «čajka» da solo, con aria smarrita. La macchina del metropolita, con te a bordo, entra nell'ingresso della sezione straniera del Patriarcato in via Ryleeva.

Aspetto vicino al marciapiede. Aspetto lì dieci minuti, venti, mezz'ora. Aspetta anche il chirurgo all'accettazione.

Finalmente esci, camminando di lato, zoppicando leggermente. Sorridi.

- Mi perdoni! Juvenalij sembra essere l'unico delle gerarchie ad avere un buon rapporto con me. Mi dà una mano come può…

- Ma lo sa, batjuška, che nelle sue condizioni un ritardo è pericolosissimo?

- Tutto è nelle mani di Dio!

Arriviamo all'ospedale. Subito dopo la visita ritorni insieme al chirurgo.

- In teoria è indispensabile un intervento radicale - dice lui, - ma ora sarebbe comunque necessario aprire il focolaio infiammato. Sotto anestesia locale. E fate attenzione, dopo l’operazione il malato deve  rimanere qui fino a domattina.

Mi guardi con sguardo interrogativo, come un bambino.

- Ma magari non è necessario…

Io acconsento. Questa è la prima e unica volta che prendo una decisione per te. Quindi rimango da solo nella stanza. Per tutto il tempo dell'operazione a cosa non ho pensato! E i tuoi parenti non sanno nulla… L'unica cosa che resta da fare è pregare che tutto vada per il meglio.

- Colonnello! Si è annoiato a star qui? - gli inservienti ti fanno entrare e ti sistemano sul divano, pallido e fasciato dalle bende. Segue il chirurgo.

- Io ora vado. Questa è la chiave della stanza. E qui ci sono le medicine. Le medicazioni le fanno di mattina. Poi si potrà andare a casa senza fretta. A proposito, ecco il termometro, fra un'ora, un'ora e mezza provi la febbre.

- Che ore sono adesso? - mi chiedi non appena rimaniamo noi due.

- Le cinque.

- Perfetto! Arriverò a casa prima che sia buio.

- Non andrà da nessuna parte!

- Andrò, andrò! - canticchi, iniziando ad alzarti. - Mi sento benissimo! Benissimo!

- Ma adesso se ne va il primo gelo, lo sa!

- Colonnello, se veramente ha un buon rapporto con me, mi aiuti ad indossare le scarpe e la giacca.

- Assolutamente no! Ora torni a sdraiarsi! Attenzione o veniamo alle mani, batjuška. Io non la lascio andare da nessuna parte.

- Ok, sto qui una mezz'ora e poi andiamo. D'accordo?

Decido di non rispondere, spero che tu ti infiacchisca e ti addormenti. Mi avvicino alla finestra, guardo il cortile dell'ospedale, il verde degli alberi.

- Secondo me la febbre è scesa. Colonnello, non si arrabbi. Forza che la proviamo.

Dopo un minuto allunghi vittorioso il termometro.

- Trentasei e otto!

- Ma l'ha scosso prima di metterlo?

- Certo!

- Mettiamolo ancora, - scuoto il termometro e te lo infilo sotto l'ascella. - Aleksandr Vladimirovič, non bisogna ingannare gli amici!

Trascorsi cinque minuti riprendo il termometro: trentasette e quattro.

- Ah, e questa sarebbe febbre?!? - ti alzi di nuovo. - Vladimir L'vovič, Volodja, per carità di Dio, andiamocene da qua! Voglio andare a casa. A casa anche le pareti aiutano, davvero!

Mi sorridi in modo disarmante, mi preghi. E io cedo. Dopo aver preso le medicine, usciamo dall'ospedale. Ti sorreggo e porto la tua pesante cartella. E sento una risata. Ridacchi fino alle lacrime, sebbene anche solo ridere ti provochi molto dolore.

- Che c'è da ridere, batjuška?

- A guardarci da fuori dobbiamo sembrare due dervisci. Uno si trascina a malapena, l'altro zoppica. Che bella coppia!

A stento arriviamo alla «zaporožec», ma subito inizia un nuovo attacco.

- Spero che lei ora vada fino alla stazione Jaroslavskij.

- Assolutamente no, la porto direttamente a Semchoz, a casa.

- Per nessun motivo! Vado in električka. La macchina coi sobbalzi mi fa male.

- E l'električka non sobbalza?

- No! L'električka da tempo è casa mia, il mio studio. Se mi riesce di sedermi posso scrivere, leggere. Sono abituato. Mentre ora in macchina mi fa male. Ok, Volodja?

- Ok, Saša - mi scappa per la prima volta. Alla stazione Jaroslavskij ti faccio sedere sull'električka. E subito tiri fuori dalla cartella la stilografica, un foglio di carta e riponi la cartelletta.

 

8

Dopo essere stato da me ad ascoltare le nuove pagine del romanzo, di solito non ti porto subito alla stazione. Spesso ci capita di girare per ore per le vie e i vicoli di Mosca, visitiamo gli appartamenti dove amministri i sacramenti, dai la Comunione ai malati e ai moribondi, battezzi, sposi. Io cerco di aiutarti, per come posso. In un'afosa giornata d’estate mi chiedi di portarti nel quartiere di Tušino. Vaghiamo a lungo in cerca della casa di riposo. Finalmente arriviamo ad un cortile pieno di pioppi. Scendi dalla macchina e mi dici:

- Aspetti qua. Là dentro fa paura.

- Fa niente, batjuška. Vengo con lei.

- No. Non se lo immagina neanche quello che si fa là. Non lo sopporterebbe.

Cammini lungo il viottolo attraversando i piumini dei pioppi e apri una porta malridotta.

Rimasto solo in macchina, penso alla tua solitudine. Ufficialmente battezzare, sposare, dispensare il Mistero della Comunione è permesso solo in chiesa. Ogni volta, uscendo per incontrare la gente, rischi… E noi, i tuoi figli spirituali, spesso ci dimentichiamo di questo, abbiamo un atteggiamento egoistico nei tuoi confronti, ci dimentichiamo delle condizioni in cui avviene il tuo servizio. Molti semplicemente ti compromettono. Chi divorzia dopo il matrimonio, chi, quasi pentito, trova subito il modo di compiere qualche azione orribile. Oggi mi hai raccontato di un ragazzo che si è appassionato al dissenso, ma poi dal reparto di isolamento istruttorio ha scritto sotto dettatura una lettera diffamatoria nei tuoi confronti. Mi hai raccontato tutto questo senza condannare quel pover'uomo, poco intelligente. E non appena mi sono indignato,  ho sentito:

- Ma cosa vuole? Se non lo ha notato, nelle chiese ci sono semplicemente molti malati di mente. Abbiamo il materiale umano che abbiamo. Cristo non è venuto per i giusti…

Dopo un'ora la porta malridotta si apre. Vieni verso di me più grigio, invecchiato.

- Mi perdoni, Colonnello. L'ho trattenuta parecchio.

In silenzio andiamo alla stazione Jaroslavskij.

- Cosa c'era là, batjuška?

- Solitudine, umiliazione, desolazione, povertà terrificante, puzza di urina, lenzuola sporche e stracce. Vecchi infelici! E per di più, quasi tutti hanno dei figli e dei nipoti che vivono beati. Li hanno dati allo stato per farli morire.

- Mio Dio, cosa succede!?! Batjuška, Le tocca ascoltare le confessioni di centinaia di persone. Cosa pensano di sè?

- Eh, Colonnello! Chi viene a ricevere la benedizione per l'estrazione di un dente, chi si arrabbia con la suocera, e chi avanza delle pretese verso Dio; a sentir loro, Egli non ascolta in nessun modo le loro preghiere. Tutte queste persone sono vittime, non amate, che non hanno mai ricevuto una briciola d'amore, e per questo a loro volta non sono in grado di darne a nessuno. Bisogna avere pazienza…

- Aleksandr Vladimirovič, ha un aspetto stanco. Non è ora che si prenda una vacanza?

- A dire il vero, non ho nessun posto dove andare. In passato, tanti anni fa, sono andato a Koktebel', avevo affittato una stanza. Mi piaceva lì. Lavoravo, facevo il bagno. L'ultima volta, mentre io non ero in casa, piombarono all'improvviso con una perquisizione, mi rivoltarono tutto… Spaventarono la padrona. Posso forse mettere qualcuno nei guai?

 

9

Mercoledì, nella seconda metà della giornata, devi venire da me. Ma sul tavolo c'è un capitolo non finito, forse il più importante di tutto il romanzo.

Mi alzo presto, è una mattina d’estate. Mi immagino te, che ora, con i paramenti sacri, sei nel fiume di luce solare che si riversa dalle finestre della chiesa: «Sia benedetto il Regno del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo!»[11].

Oltre al fatto che regolarmente, come tutti i parrocchiani, vado a Novaja Derevnja, mi confesso, faccio la comunione, mi manca sempre questo sentimento di comunione e di vicinanza con l'Altissimo.

Tuttavia, la sola consapevolezza che nella piccola chiesa fuori Mosca ora c'è la funzione, si celebra la Liturgia, che presso l'altare, dietro le porte reali[12], stai invocando il Signore, questa consapevolezza mi dà la certezza che non potrà capitare nulla di male, nè a me, nè alle altre persone, nè al mondo.

So che ci sono dei credenti di altri Paesi (ortodossi e cattolici, dall'Italia, dalla Francia, dal Belgio, perfino dagli Stati Uniti) che vanno incontro a grandi spese solo per venire qui e anche solo per una volta partecipare con tutto il cuore alla Liturgia che viene celebrata nella tua chiesa.

Dopo aver pregato, mi metto al lavoro con la speranza di riuscire a terminare il capitolo prima del nostro incontro.

All'improvviso suona il telefono.

- Colonnello! Sono appena arrivato, la chiamo per avvisarla che oggi, probabilmente, non ci vedremo.

- Che cos'è successo?!? Pensavo che steste celebrando in questo momento.

- Macchè! Mi hanno chiesto di essere alle dieci al Patriarcato, e a mezzogiorno al Consiglio per gli affari religiosi.

- È successo qualcosa?

- Sempre le stesse cose. Preghi per me.

- Aspetti! Aleksandr Vladimirovič, Sašen'ka, non riattacchi! Arrivo subito da lei. Devo essere insieme a lei! Dove ci incontriamo?

- Colonnello, lei deve scrivere. Perchè sprecare una mattina di lavoro?

- Lei forse pensa che io ora riesca a scrivere qualcosa?!?

- Allora ok. Al quartiere Zubovskij, vicino al monumento a Tolstoj. Alle undici e mezza.

… Arrivo nei pressi del giardinetto in anticipo. Si sta scatenando una giornata calda, afosa. Sulle panchine i pensionati leggono i giornali, le mamme spingono le carrozzine con i bambini.

«Signore, custodisci e abbi pietà del mio batjuška padre Aleksandr, proteggilo da ogni disgrazia e da ogni male…». Sono vicino al monumento, prego per come posso.

Negli ultimi tempi sono apparsi sui giornali degli articoli dove padre Aleksandr Men' è chiamato quasi direttamente «agente della CIA». E ti sono già arrivate più volte delle lettere di antisemiti con minacce di morte…

Finalmente ti vedo, alla fine del viale. Mi vieni incontro sorridendo.

Saliamo in macchina e metto in moto.

- Mi hanno chiamato per un interrogatorio. Al Consiglio per gli affari religiosi.

- Perchè non al KGB?

- Probabilmente per loro è più comodo così. Per dire, sotto l'ombra religiosa… O per meglio dire, antireligiosa.

Andiamo sul Sadovoe Kol'co e ci avviciniamo ad una grande palazzina.

- Batjuška, la aspetto.

- Grazie, ma non so quanto ci vorrà.

- Non importa…

Il sole scotta. Vicino rimbomba il Sadovoe Kol'co, che porta nell’odore di bruciato l'infinita fiumana di automobili. Sotto ai tigli spogli vanno i passanti. A quasi tutti questi passanti, fra due anni e mezzo, diventerà noto il nome di quell'uomo che proprio ora stanno interrogando.

Da lì partono le «volga» con i finestrini posteriori oscurati da tendine. Forse con una di queste macchine ti porteranno alla Lubjanka o a Lefortovo.

«Signore, Gesù Cristo, Ti prego, custodisci e abbi pietà del mio batjuška padre Aleksandr!».

Ma ecco che riappari, sorridente. Sali in macchina.

- Comunque è sorprendente, Colonnello, il fatto che mi abbia aspettato. Ho percepito, ho sentito le sue preghiere.

- È tutto, batjuška?

- Macchè! Vede, hanno la pausa pranzo. Siamo liberi fino alle due. Andiamo da lei a sentire i nuovi capitoli.

- Ma non facciamo in tempo. Sono rimasti solo cinquanta minuti. Ha anche bisogno di rifocillarsi.

- Non voglio mangiare. Berrei volentieri una gassosa. La porto alla Casa dei Letterati, prendo al buffet dei panini, del caffè e della «pepsi-cola».

- Batjuška, cosa vogliono da lei?

- Che io non pubblichi più all'estero -. Bevi la pepsi un bicchiere dietro l’altro. - A loro interessa come siano finiti là i miei scritti. A proposito, adesso, quando arriviamo, non si fermi così vicino al loro istituto. Ho paura che l'abbiano già beccata.

- Ma io non ho paura, già da un pezzo ho deciso di non aver paura. Alla fin fine, io e lei non facciamo nulla di male.

Ci avviciniamo nuovamente al Consiglio per gli affari religiosi. Di nuovo rimango solo. Passano le ore e tu non arrivi. Seguo con lo sguardo ogni «volga» nera che si allontana.

Il caldo comincia a diminuire. Finalmente, alle sei meno un quarto, ti avvicini alla macchina.

- Finito, batjuška?

- Per oggi è tutto.

- Cioè?!?

- Domani devo tornare. Alle dieci del mattino. Ma ora andiamo a sentire i nuovi capitoli.

- Padre Aleksandr, è stanco, è pallido come un cencio! Forza, la accompagno alla stazione.

- Assolutamente no! Andiamo!

A casa preparo velocemente il te e dei panini, leggo il capitolo non terminato.

- Conosce la filosofia di Henri Bergson?

- No.

- È sorprendente! In sostanza, lei scrive le stesse cose, solo in maniera artistica. La prossima volta mi porto dietro assolutamente Bergson. Sarà una lettura straordinariamente interessante per lei. Eccezionale! Questo filosofo è uno dei pochi che ha avuto su di me una profonda influenza. Sa una cosa? Ora le racconto brevemente il contenuto dei suoi lavori fondamentali. Per lei è necessario, assolutamente necessario.

- Grazie! Ma domani deve alzarsi presto, si avvicina nuovamente questo Golgota.

- Non fa nulla. Faccio solo qualche telefonata. E poi le racconto tutto.

Dopo circa tre ore ti porto alla stazione, per incontrarci poi il giorno dopo e andare di nuovo là.

Così passano alcuni giorni. E proprio in questo periodo ti è aumentata visibilmente la canizie.

 

10

Settembre 1985.

In una calda sera atterriamo in una città sconosciuta dove, rischiarati dai riflettori, sotto le stelle si ergono le moschee e i minareti.

In mano hai le chiavi, ricevute a Mosca, di un appartamento vuoto. In centro, proprio a Registan, troviamo finalmente la via Komarova.

- Eccoci a Samarcanda! - butti sul tavolo la borsa da viaggio. - Su, beviamo un te e andiamo a passeggiare per la città notturna, respiriamo l’aria dell’Asia.

Dopo mezz’ora stiamo camminando per le vie deserte tra gli alberi addormentati e i mausolei medievali.

- È tutto esattamente come lo immaginavo! - dici. Avendo capito che per te era assolutamente necessario riposare subito, cambiare aria, ho ottenuto una trasferta da uno dei giornali centrali con l'obbligo di scrivere un articolo sui problemi delle nuove edificazioni di Samarcanda, Buchari e Chiva. E ti ho portato con me.

- Come mi presenterà durante questo viaggio? Come architetto, segretario dell'obkom[13]? E negli alberghi bisognerà scrivere chi sono. Non è così semplice, Colonnello. Come se non ci fossero dispiaceri a causa mia...

- Batjuška, è sempre lei a dire che «tutto è nelle mani di Dio»! Per non stuzzicare il destino, dirò che è un professore, specialista di storia dell'Oriente. Tanto più che è vero. Non è forse uno specialista?

All'alba mi sveglio a causa del rumore delle tortore che tubano fuori dalla finestra aperta. Lancio un'occhiata al divano su cui dormi. Il tuo viso è ancora corrugato, non si è ancora allontanato dalle ansie moscovite.

Esco in silenzio, addentrandomi nel labirinto di muri di terra battuta, e finisco in un piccolo bazar dove vendono focacce calde, ricotte salate fresche, uva e melograno.

Ritorno con una borsa stracolma. Si sente già il fischio del bollitore sulla stufa a gas, mentre mi vieni incontro dopo esserti lavato, con l'asciugamano sulle spalle.

- Mi perdoni, ho dormito fino a tardi. Preghiamo insieme.

Ti avvicini alla finestra, oltre la quale, nell'aria azzurra sopra le cime degli alberi, splende il sole, e ti fai il segno della croce. Ripeto dopo di te le parole della preghiera. D'ora in avanti iniziamo così ogni mattino.

Poi andiamo in città, visitiamo i musei, la tomba di Tamerlano, gli antichi complessi nobiliari, gli scavi archeologici. Incontriamo gli architetti. Insieme a me esamini i problemi della costruzione dell'abitato moderno e ordinato. L'architetto locale, un giovane uzbeco, ci mostra i progetti e i bozzetti dei bianchi quartieri-mahal, colmi di tradizione popolare: ogni appartamento ha il proprio cortiletto ombreggiato, la propria grande loggia separata dalle altre.

Ci accompagna per Samarcanda, ci mostra gli angolini segreti non accessibili ai turisti.

- Colonnello, scriva assolutamente di quest'uomo, bisogna aiutarlo attraverso il giornale - mi dici, e poi aggiungi: - Che popolo pieno di talento!

Di solito pranziamo in un bazar o in una tipica sala da te orientale vicino a uno stagnetto. Ti stai abituando al tè verde, al plov, ai manty[14]. La tua fronte si sta coprendo di una tenera abbronzatura.

Una volta, tornando a casa, passiamo davanti ad un fotografo di strada, e subito mi proponi:

- Dai, facciamoci una foto!
- Non mi piacciono queste cose. Ma ne vale la pena?

- Certo che sì. Può succedere qualsiasi cosa, ci rimarrà di ricordo.

Mi metti una mano sulla spalla. E in tutta la nostra altezza rimaniamo impressi sullo sfondo dell'antica Registan con i suoi minareti.

Il giorno dopo, invece, facciamo un viaggio nella città di Shahrisabz, ancora più antica. L'autobus a lungo percorre la strada polverosa attraverso i campi di cotone. E sul ciglio della strada vaga un gregge. Mi prendi per mano.

- Guardi! Vede che i tori hanno una striscia chiara lungo la spina dorsale? È la stessa razza che c'era in Assiria. È straordinario che tutto questo si sia conservato, sia rimasto fino ad oggi…

Nella lercia Shahrisabz, dopo aver visitato le moschee e i ruderi dei mausolei, ci avviciniamo mentre fa già buio al nuovo hotel «Inturist», sfarzoso, brillante di luci. Esibisco il permesso di trasferta del giornale e chiedo una stanza per due persone.

- Ma chi è questo con lei? - chiede sospettoso l'amministratore.

- Non è lui che è con me, ma io sono con lui. È uno storico famoso! Aleksandr Vladimirovič, su, mostri il suo passaporto.

Entrati in camera, ci laviamo.

- Per questa volta pericolo scampato, - dici tu. - È orribile avere coscienza dei propri diritti umani calpestati.

- Non è nulla, batjuška, è iniziata la perestroika. Cambierà tutto. Scendiamo al ristorante a cenare.

Su un palco rimbomba l'orchestra. Intorno, gli elementi della natura brilli.

Dopo aver mangiato un boccone, usciamo nel giardinetto accanto all'albergo e ci sediamo su una panchina.

- Neanche in Crimea, nemmeno nel Caucaso ho visto delle stelle così! Guardi! Sa, spesso mi chiedono quando ci sarà il Giudizio universale. E io rispondo che può iniziare anche tra un secondo. In qualsiasi momento. Bisogna essere sempre pronti. È proprio così. Ma nel profondo dell'anima sono certo che il Cristianesimo è appena iniziato. Per Dio, mille anni sono come un giorno… Vede ora queste persone. A loro non è arrivata neanche per sentito dire nessuna predica di Maometto, nè di Cristo.

- Come potrebbero sapere? Le moschee sono distrutte. Non parliamo delle chiese. Gli atei per settant'anni ci hanno provato.

- Ma come, seriamente pensa che gli atei siano responsabili della distruzione delle chiese? I veri responsabili sono i falsi cristiani, tutti i mercanti e i nobili, i parassiti, che hanno tormentato i servi della gleba, si sono ubriacati, hanno condotto una vita dissoluta, ma poi in punto di morte hanno tentato di redimersi dal peccato, hanno fatto donazioni in denaro per la costruzione di templi. Colpevole è anche il clero, coloro che hanno bevuto, che si sono conformati al potere secolare, che hanno dato la propria benedizione ad ogni porcheria. Gli atei sono soltanto uno strumento dell'ira di Dio. Rilegga i profeti della Bibbia e tutto le sarà chiaro.

Ci sediamo e, gettando indietro la testa, guardiamo il cosmo nero disseminato di stelle.

Il mattino presto dobbiamo tornare a Samarcanda, in modo che durante la prima metà della giornata possiamo volare alla prossima tappa del nostro viaggio: Buchara.

Facciamo l'autostop sul ciglio della strada. Si ferma una «žiguli»[15]. Il conducente, un uzbeco magro e anziano, sta andando proprio a Samarcanda. Fa un'altra strada, in montagna, attraverso un valico.

I vetri sono abbassati. Il venticello fresco soffia sui nostri volti. Cresce il cinguettio frenetico degli uccelli. In lontananza si ergono le montagne, dietro cui spunta il disco abbagliante del sole…

 

11

La settimana a Buchara vola senza che ce ne accorgiamo. Anche qui gli architetti locali ci portano per la città e ci raccontano dei loro problemi. Andiamo a vedere la madrasa di Ulugbek, il mausoleo dei Samonidi.

In qualche modo sulla pedana nella sala da tè capitiamo nell'ambiente degli anziani. Queste persone con la barba bianca e i turbanti iniziano a parlare con noi delle usanze antiche, di Avicenna, degli dei e degli eroi dell'antichità. Con quanto rispetto parli con loro.

Dopo aver bevuto il nostro tè verde usciamo. Uno degli anziani mi ferma e mi chiede:

- Chi è quell'uomo? Uno studioso? Allah gli conceda lunga vita!

Arriva il giorno in cui, dopo aver salutato gli architetti e lasciato l'albergo, andiamo all'aeroporto per volare a Chiva. Là, ultima tappa del nostro viaggio, ci dobbiamo incontrare con il principale architetto della città. Manca più di un'ora al decollo per Chiva.

- Colonnello, perchè soffrire nella sala afosa? Fuori c'è un gazebo rigoglioso, avvolto da viti di uva. Andiamo là, parleremo senza essere disturbati. Si ricorda? È da molto che minaccia di raccontare della sua esperienza mistica.

Sotto al gazebo si sta davvero bene. Il sole trapela attraverso le foglie d'uva secche. Il cinguettio dei passeri non copre la voce dello speaker che annuncia la registrazione per il volo.

- Batjuška, chissà perché mi fa male la testa. A dire il vero, non ho proprio voglia di parlare dell'esperienza mistica.

- Povero! Cura tutti, ma la propria pressione che si alza… Metta il palmo della mano sulla mia fronte, preghi.

Il dolore passa.

- Così, lei sa curare?

Parliamo dell'esperienza mistica. La mia, la tua. A quanto pare, ti sono successe delle cose sorprendenti! E di nuovo mi chiedi di non raccontare mai queste cose a nessuno.

- Vede, ci sono capitate delle cose il cui ricordo va conservato nel profondo dell'anima. Per non parlare delle persone che cercano un oggetto d’adorazione entusiasta… È un po' che non chiamano il volo. Vado a vedere cosa è successo.

Dopo qualche minuto torni e già da lontano urli:

- Non mi svenga! Il nostro volo è partito, tre ore fa! E non ce ne sono altri oggi.

- Cosa è successo?!?

- Io e lei, grandi mistici, siamo riusciti a scambiare la data di oggi dei biglietti con l'ora e i minuti della partenza! È fantastico!

- Come può dire così? E ridere perfino!

- Che altro resta da fare? Ma vede, andrà tutto bene.

- Macchè bene e bene! Qui abbiamo riconsegnato le chiavi della stanza, là a Chiva ci aspetta l'architetto… Mi dia i biglietti, vado dal controllore di volo.

- Non si preoccupi. Si ricordi che sopra tutto sta la volontà di Dio. Ho saputo dal controllore che di voli per Chiva non ce ne saranno più. Che fra poco ci sarà un volo per un certo Turtkul', che è da qualche parte non lontano da Chivi, fa un piccolo scalo sullo «JaK-40». Se ci sono posti liberi, vendono i biglietti.

- E se non ce ne sono? A me servono due biglietti!

- Se ce ne sono due, ne venderemo due - risponde il controllore di volo. - Ma sappiate che un altro passeggero deve imbarcarsi qui.

Il passeggero è già vicino a noi, origlia gelosamente le trattative. Porta una tjubetejka[16], un vestito grigio, gli stivali con le galosce.

- Sa, - dice - ho spedito a Chiva un camion di melograni da vendere, ma poi ho deciso di andarci personalmente e ho ritardato un po'.

- Ma poi da questa Turtkul' come si arriva fino a Chiva?

- Lì c'è il traghetto che attraversa l'Amu-Dar'ja, e poi si va in taxi; non è molto lontano.

Dopo una trentina di minuti stiamo volando tutti e tre verso questa sconosciuta Turtkul'.

- Colonnello, non si accigli. Possibile che non capisce che la vita ci regala un altro ricamo sulla sua tela magica?

- Ben detto! - interviene il nostro compagno di viaggio e aggiunge, sibillino: - Quello che c'è adesso a Turtkul', non lo si vede per un anno intero.

E così atterriamo vicinissimo al traghetto a vapore che attraversa l'Amy-Dar'ja.

Tutta la riva accanto al traghetto si presenta come una collina di meloni dell'Asia Centrale portati lì su barche, auto e carri. Rotondi, lunghi, gialli, verdini, rigati, tutti i tipi che esistono in Asia sono davanti a noi e mandano un aroma incredibile.

Se ne può comprare uno qualsiasi a un rublo.

Non sappiamo ancora su cosa indirizzare la nostra scelta; il nostro compagno di viaggio, invece, tirando fuori un coltello dal gambale dello stivale, taglia già il primo melone, ci offre due lunghe fette gocciolanti di succo.

- Su, provate questo!

Non facciamo in tempo a finire le fette che ci ha offerto, che subito ci porge altre due fette enormi.

- Questo si chiama «krasnomjasaja»[17]! Mentre questo è lo zar di tutti i meloni!

Siamo già sazi di assaggiare. Ma il nostro compagno di viaggio si avvicina con delle altre fette.

Finalmente si avvicina il traghetto. Il percorso è stabilito in modo tale che la corrente lo porti lungo un ampio arco fino all'altra riva. Il traghetto si fa aiutare un po' dal motore.

Tu stai lì, appoggiato al corrimano.

- Guardi, Volodja! Tutto questo era esattamente così anche mille anni fa, quando ci fu la grande migrazione dei popoli, quando nacque la civiltà. Proprio come nel deserto scorrono il Nilo, il Tigri e l'Eufrate, è possibile che là da qualche parte le palme sulle rive… Siamo stati insolitamente fortunati ad essere finiti qua! Come va la testa? Fa male?

- No, batjuška.

Il traghetto approda. Mentre scendiamo il nostro compagno di viaggio, lesto, ci ha già chiamato un taxi.

E così arriviamo di corsa a Chiva. Le sei di sera. Non sappiamo dove cercare l'architetto, che ci aveva aspettato invano all'aeroporto la mattina. Decidiamo di andare all'obkom del partito. Solo qui abbiamo la speranza di trovare qualche informazione.

- Colonnello! Ho una notizia sbalorditiva! Provi ad indovinare!

- Di cosa si tratta?

- Questa non è Chiva! Ci hanno portato in un'altra città. Sulle solide porte è appeso un cartello: «Comitato regionale del KPSS[18] di Chorezmskij».

Nell'atrio pena una guardia.

- Sono tutti a raccogliere il cotone - dice impaurito. Dirigono il raccolto. Non c'è nessuno.

- Ma dove si trova Chiva?

- A trenta chilometri da qui. Questa è Urgench.

- Ma se è Urgench perchè c'è scritto «Comitato regionale del KPSS di Chorezmskij»?

- È andata così. C’è sempre confusione da noi . Ma cosa vi serve?

Ho appena iniziato a spiegare, che subito mi interrompe:

- Quindi siete voi? Da stamattina vi aspetta l'architetto della città, è venuto qua, ha chiesto di voi. Guardate nell'edificio accanto, al primo piano.

Alla fine tutto si sistema. L'architetto ci porta all'albergo turistico, dove l'amministratore a lungo esamina il tuo passaporto, chiede chi sei, perchè non hai il permesso di trasferta…

- Non si dispiaccia, Colonnello. Bisogna ricordarsi sempre dove ci troviamo. Se sapesse cosa ho dovuto passare a causa di uno dei nostri monaci. Cercavano continuamente di dimostrare che ero estraneo, indesiderato.

- E non ha mai pensato di andarsene?

- In qualche modo nella disperazione mi è venuto in mente di servire come sacerdote ortodosso in Palestina. Ma sono subito rinsavito. Se puoi essere la luce nelle tenebre per qualcuno, allora andarsene è un tradimento. Cosa ne pensa?

- Batjuška, io sono un letterato, scrivo in russo. Il paese dove sono nato, quello è il mio destino. Un cammino di grande resistenza forgia l’uomo… Per questo posso solo ringraziare Dio per tutte le prove. E per averci fatti incontrare. Proprio qui.

- Ed ora, - cogli al volo. - Qui ed ora. Non è un brutto titolo per il suo libro, no?

- Sorprendente! Avevo proprio deciso di chiamarlo così! A casa a Mosca l'ho segnato su un foglietto. Telepatia?

- E perchè no? Sono certo che la telepatia esista. Tutto questo è straordinario. Solo una cosa non va bene. A causa di tutti questi nostri spostamenti, nè io nè lei abbiamo la possibilità di lavorare. Ho già iniziato a scrivere un dizionario di bibliologia,  su tutto ciò che riguarda la Bibbia. Dalla A alla Z. Saranno cinque o sei tomi.

- Ma un lavoro simile è per un intero centro di studi!

- Visto che un posto così non c'è, bisogna che qualcun altro faccia questo lavoro. Quindi, chi fa la doccia per primo?

- Vada lei.

- No, tiriamo a sorte. Lanci lei una moneta.

Vado io per primo. Quando esco dal bagno ti trovo seduto col block notes e la stilografica in mano. Pensierosamente giocherelli con la barba, scrivi con la tua calligrafia indecifrabile, simile più che altro ai ghirigori di una stenografa. Come se qualcuno stesse dettando.

 

12

Come a Samarcanda e a Buchara, la mattina arriva a prenderci in albergo l’architetto locale. Di sotto aspetta una «volga» nera. Andiamo a Chiva. Il vento mattutino dei viaggi irrompe dai finestrini. Il sole in faccia acceca gli occhi.

L'architetto ci racconta dei suoi problemi, mi appunto qualcosa, non sapendo ancora che a Mosca l'articolo non verrà mai pubblicato a causa delle tematiche globali della perestroika, che hanno accantonato per la redazione tutti i problemi isolati.

Partecipi appassionatamente alla conversazione, spesso ti volti verso di noi, finchè non cattura la tua attenzione l'ingombrante apparecchio fissato tra te e l'autista.

- Che cos'è?

- Un telefono - risponde il conducente. - Si può telefonare in qualsiasi città dell'Unione Sovietica.

- Direttamente da qua? Mentre andiamo? Non può essere!

- Provi.

- Peccato che non si possa chiamare a casa, a Semchoz! Là è un numero interno, è complicato. E a qualcuno a Mosca?

- Prego.

Componi il numero e, andando in visibilio, ti metti in contatto con il nostro comune conoscente Alik Zorin:

- Sto parlando da un'auto che fa i novanta chilometri all'ora di velocità! Sono col Colonnello, stiamo passando di fianco a muli, pioppi e gelsi. Ci stiamo dirigendo verso Chiva. Saluti a tutti! Arrivederci![19]

Mentre tu sei ancora in visibilio, io sono seduto dietro e penso: «Ma una macchina del genere, con un telefono simile, a che ente apparterrà?».

Per tutto il giorno visitiamo i musei e i monumenti architettonici di Chiva, mentre verso sera (su richiesta dell'architetto) andiamo al Gorsovet[20] per incontrare il presidente.

Sediamo nel grande studio sotto al ritratto di Lenin. Come è strano vederti in questo ambiente. E tu, come se niente fosse, sorseggi il tè verde da una ciotola, prendi parte alla conversazione sulle disgrazie di questa città, sulla distruzione dei monumenti storici.

La mattina del giorno dopo la trascorriamo a Chiva. Poi ci portano lontano, oltre la periferia di Chiva, là dove inizia il deserto. Qui, vicino a un piccolo stagno, c'è una casa. In una delle stanze, su un tappeto steso sul pavimento, si tiene un pranzo in nostro onore.

Nel cortile su un barbecue cuociono gli spiedini. In un paiolo bolle il pesce. Una decina di enormi cani randagi girano intorno, attirati dal profumo.

- Colonnello, questo deserto è autentico?

- Si, è proprio il deserto. Karakum. Se si va sempre dritto a sud attraverso le piccole dune di sabbia per qualche centinaio di chilometri lo si attraversa tutto e si spunta in Turkmenia, ad Ašchabad.

- Stupendo! Io vado -. Ti giri ed inizi a camminare sulla sabbia.

- Ma dove va, batjuška?!?

- Almeno per una volta voglio andare nel deserto. Non si preoccupi. Torno presto.

Con mia sorpresa, tutti i cani randagi, dimenticandosi dell'odore invitante, si lanciano dietro di te.

L'uomo, circondato dai cani, se ne va lontano lontano. Ed ecco che non lo si vede più, è dietro le dune…

Il dastarchan[21] è apparecchiato. Tutti sono seduti alla orientale attorno al tappeto colmo di cibi abbondanti e saporiti. Ma tu non ci sei ancora.

Seriamente preoccupato esco per venirti incontro, e finalmente vedo in lontananza un puntino in movimento.

- Oh, Colonnello! - mi dici quando nel cortile ti verso un mestolo di acqua. - Tutto il nostro viaggio è stato stupefacente. Ma la passeggiata nel deserto…! Lo sa quanto mi serviva! Verificare le proprie sensazioni: ho scritto così tanto sulle tribù antiche…

 

13

Perestroika. Glasnost'. Democrazia. Si accende l’interesse generale per la vera storia del paese, per la storia della rivoluzione. Il pensiero dogmatico va in rovina. Sembra che stia cambiando il rapporto dello Stato con la Chiesa. Molte persone improvvisamente iniziano a pensare al senso della vita, agli eterni problemi del quotidiano. È terribile la confusione nelle teste della maggioranza.

Amici, conoscenti, pazienti continuamente si rivolgono a me con delle domande. Mentre a te, batjuška, ti tormentano mille persone. E, ciò non di meno, una volta, quando ti dico che in questo vortice non riesco proprio a concludere il romanzo, che a volte non so proprio come rispondere alle persone, mi proponi:

- Che scrivano le proprie domande e io proverò a rispondere per iscritto.

Non so come tu possa trovare il tempo, ma i foglietti con le risposte battute a macchina li ricevo molto presto. Alcuni di essi li ho conservati:

 

- Qual è il suo rapporto con la «Rosa del mondo» di Danil Andreev?

La «Rosa del mondo» è certamente un libro di talento che rispecchia l'esperienza precisa di Andreev. Ma, penso, questa esperienza porta piuttosto un carattere occulto, se non  mistico. Occulto nel senso che la sua fonte non è nelle alte sfere dell'esistenza, ma per così dire, in quelle spaziali, «astrali». Questa sfera, come è noto, si distingue per il suo carattere ingannevole e incostante e per la capacità di creare quadri illusori. Il valore più grande di Andreev è la sua sensazione di un mondo animato (liurna) che ha la sua conferma nell'esperienza di molti chiaroveggenti. Questa cosa mi è personalmente vicina. A parte questo, qualcosa di reale si annida dietro le immagini degli Uicrar, ma quest'area è più discutibile. L’idea stessa  della «Rosa del mondo» per un cristiano risulta superflua, poiché la sintesi che essa sottintende può venire solo da un autentico Cristianesimo ecumenico.

 

- Perchè solo quattro Vangeli sono canonici?

La Chiesa ha dato la sua preferenza a quei testi che corrispondevano allo spirito della propria dottrina, che hanno trasmesso adeguatamente la sua fede, che parte dai tempi degli apostoli. I Vangeli apocrifi vennero contaminati dallo spirito della teosofia antica, estranea al kerigma[22] originale (la Buona Novella della Chiesa). La scienza del nuovo tempo ha mostrato che i quattro Vangeli sono i più antichi e che tutti gli apocrifi sono di second'ordine, si basano proprio sulle nostre fonti canoniche. Ma, ripeto, il punto non è nelle date, bensì nello spirito. A proposito, anche dal punto di vista dei rapporti letterari gli apocrifi sono come il loglio e imparagonabili ai Vangeli canonici.

 

- Dov'è il confine del lecito nella vita quotidiana di un uomo rispetto a un altro, tra marito e moglie, tra genitori e figli?

Questo confine è simbolico. L'ideale è la piena trasparenza l'uno con l'altro. Questo è il prototipo della futura unità dell'uomo. Prendiamo il poema di Vjačeslav Ivanov «L'uomo». Siamo tutti ipostasi di Adamo. Ma egli era scisso, diviso. Nell'amore tra l'uomo e la donna i processi naturali sono messi al servizio dell'unità delle persone.

 

- Cosa significa essere donna ed essere uomo dopo un'esperienza di mancanza di fede, una presa di coscienza del cammino, una prova di libertà?

La domanda non mi è del tutto chiara. L'unità di due persone è condizionata dal fatto che uno può fare e fa quello che l'altro non può fare e non fa. Se l'uomo possedesse tutte le capacità femminili, allora sarebbe inutile l'amore fra l'uomo e la donna. Il sesso è il pegno dell'unità come complementarità. Questo non ha rapporto con la concreta sociologia della famiglia. In passato l'uomo combatteva, cacciava, guadagnava, mentre la donna si occupava del focolare. Ora la donna è coinvolta nelle cosiddette questioni maschili e quindi la netta ripartizione del lavoro si è sfuocata. Perfino in Inghilterra ora l'«idolo» tradizionale, il capofamiglia, spesso prepara la colazione mattutina. Eppure a un uomo normale rimangono la volontà e la responsabilità, e alle donne normali il calore e lo spirito del «focolare».

 

- Chi sono, da un punto di vista spirituale, le persone con un dissesto psichico (matti)?

L'uomo, parlando in modo grossolano, si divide in tre sfere: lo spirito, l'anima e il corpo. Le malattie fisiche, colpendo il corpo, limitano le sue funzioni; le malattie psichiche, colpendo il sistema nervoso centrale, limitano o alterano le sue funzioni. La vita dello spirito sembra come incapsularsi. Ma la vera malattia dell'anima è il peccato. La volontà di fare il bene può fare di un malato psichico un santo . Per esempio gli jurodivye[23].

 

- Come è possibile comprendere le date concrete della creazione del mondo e di altri fatti menzionati nella Bibbia?

Le cifre bibliche sono simboliche e non hanno nessun rapporto con la cronologia. 7 è il numero che indica la perfezione della pienezza. Per questo la creazione del mondo è avvenuta in sette giorni. Concretamente il lasso di tempo di creazione del mondo deve essere fissato dalla ragione, dalla scienza, e non da una rivelazione che permette di svelare alle persone solo quello che non riescono a concepire con la forza della sola ragione naturale.

 

- Perchè Gesù Cristo non è chiamato secondo le antiche profezie bibliche? Doveva essere chiamato Emanuele, «Dio con noi»?

La profezia si è realizzata non alla lettera, ma nella sostanza. Poichè le profezie non sono delle previsioni, dei pronostici, ma delle preveggenze spirituali della sostanza del mondo. Se Cristo si fosse chiamato Emanuele sarebbe stato troppo semplice. Lui lo era.

 

14

Il 1986 risulta per me come un anno difficile, mi allontano continuamente dalla scrivania, dal romanzo. Per questo, quando a settembre mi si presenta la possibilità di andare a lavorare al manoscritto sul Mar Caspio, a Derbent, sono felice. E soprattutto sono felice perché tu, batjuška, verrai con me.

La nostra stanza si trova al terzo piano di un edificio in pietra in un villaggio turistico, situato proprio sul lido, lontano dalla città. Un lavandino, due letti, due comodini, un tavolo, due sedie, un armadio per i vestiti. E anche un balconcino.

Come prima cosa apri la cerniera della tua borsa da viaggio, tiri fuori una Bibbia con la rilegatura di tela incerata verde, ci scrivi: «In memoria del bianco Caspio. A. 1986» e me la regali.

Poi esci sul balcone e con entusiasmo scruti l’azzurro del mare.

- Vedremo questa cosa ogni giorno?!? Andiamo subito a fare un bagno!

Scendiamo sulla spiaggia deserta. Pucciamo i piedi nell’acqua calda. Il fondo sotto ai nostri piedi è coperto di rocce piatte e di alghe. Vedi che scivolo, con premura mi afferri sotto al gomito, mi sostieni.

E così stiamo già nuotando.

- Colonnello, non nuoti lontano, così da non farmi preoccupare!

- Va bene, batjuška, non si preoccupi.

Quando, dopo aver nuotato a volontà, torno indietro, mi stai già aspettando per aiutarmi ad uscire.

La mensa del villaggio è situata in un altro edificio, piuttosto lontano. Il cammino è sbarrato da una specie di trincea, dietro di essa giganteggia una cinta di sbarre di ferro che non protegge nulla. Non abbiamo voglia di fare il giro. Noti che in un punto le sbarre sono raddrizzate e proponi:

- Proviamo a infilarci! - e non senza fatica ti introduci per primo.

Poi, scorticandomi un fianco, mi infilo anch'io.

- Colonnello, questa è un'inferriata straordinaria! Io e lei condurremo uno stile di vita salutare, sportivo, nuoteremo. Io inizierò a correre la mattina. Lei farà ginnastica. Dimagriremo. Ogni volta infilarsi qui dentro diventerà sempre più facile.

La mensa si presenta come una sala oscura con un centinaio di tavolini sporchi e il pavimento consumato. Prendiamo due vassoi appiccicosi, ci mettiamo in fila dietro ai molti turisti. A ognuno danno un piatto con una zuppa chiamata «charčo», una pappa di kaša e un bicchiere del cosiddetto kompot[24].

- Cosa c'è, Colonnello? Un pasto ottimo. Niente di raffinato, però non ingrasseremo - e sedendoti a un tavolo, con appetito trangugi il charčo.

- Non ingrasseremo, - confermo io. - Andrà bene se non finiremo all'ospedale... Sa una cosa, batjuška, con questa mensa è tutto chiaro. Dai, passiamo direttamente alla frutta. Abbiamo sia il tè che il caffè. Compriamo del pane. Forse, da qualche parte in un negozio troveremo del formaggio.

- Vedremo, - mi rispondi in modo vago, mettendoti a mangiare la kaša.

Dopo il pranzo compriamo nel piccolo bazar improvvisato situato vicino alle porte del villaggio turistico dell’uva, delle pere e due angurie. Durante il viaggio di ritorno troviamo il modo di passare attraverso la maledetta inferriata con tutto questo ben di Dio.

Ci sediamo a lavorare. Lì viene fuori una cosa evidente: scrivere in due allo stesso tavolino è impossibile, si sta stretti. E ci distraiamo a vicenda.

- Facciamo così, Colonnello. Io prendo la sedia e il comodino e mi trasferisco in balcone. Il sole da lì se ne va presto, perché è a Oriente.

- Facciamo al contrario, - propongo io. - Qui ci sarebbe il tavolo e lei ha molti fogli.

- Sul balcone lei non scriverebbe niente. Guarderebbe il mare, i turisti, per farla breve si distrarrebbe. Mentre io sono abituato a lavorare all’aperto. A Semchoz ho un gazebo.

Ti risistemi e su due piedi inizi a scrivere. Io invece a lungo non riesco a riordinare i pensieri. Continuo a guardare in balcone, dove stai lavorando.

Padre Aleksandr, Aleksandr Vladimirovič, Saša! Possibile che tutto questo sia esistito realmente? È esistita la tua enorme, magnifica fronte modellata, piegata sul manoscritto. È esistita la tua mano, che, mentre riflettevi, giocava con i riccioli della barba. Forse non c'è più niente di tutto ciò? Non ci sarà mai più? Dio, perchè ti porti via i migliori da questa terra?!? … Dopo un'ora e mezza circa rientri nella stanza dal balcone.

- Come va, Colonnello? Perchè non proviamo l'anguria? Dov'è il coltello?

E di nuovo ti siedi al lavoro. La sera andiamo a fare un bagno nel mare.

 

15

Il mattino inizia con le preghiere.

Io sto in piedi dietro di te. Vedo il sole che si alza sull'orizzonte del mare, ripeto dopo di te a mezza voce:

- Pàter nòster, qui es in caelis…

Diciamo tutte le lodi mattutine.

Ma quando un giorno, all'alba, su una «žiguli», uno storico mio conoscente arriva per portarci da un malato e ti rimane pochissimo tempo, ti limiti a una sola preghiera. Che io non conosco.

- Che preghiera è questa che ha letto, batjuška?

- Mi dia un foglietto che gliela scrivo. Così la impara. Io prego sempre così, se non mi resta neanche un minuto.

Ed ecco, di fronte a me, questo foglietto:

 

Ti amo Signore

Ti amo più di tutto al mondo

Poichè Tu sei la vera gioia dell’anima mia

Grazie a Te amo il prossimo mio

Come me stesso Amen

 

Scritto senza punti e senza virgole. Come si parla, come si pensa. In un solo respiro.

Di solito dopo la preghiera scendi giù e corri sul sentiero lungo la riva. Dal balcone dove faccio ginnastica si vede una figura con una maglia e dei pantaloncini blu che gira a sinistra lontano lontano, scompare dietro agli alberi, di nuovo riappare…

- Volodja! Scenda in fretta! - si sente da sotto. - Guardi che mare c'è oggi, è un incanto!

Così, in modo molto semplice, scorre la nostra vita nel villaggio turistico. Gradualmente anche io mi coinvolgo nel lavoro. Il romanzo si avvicina alla fine. Ogni sera mi chiedi di leggere quello che ho scritto durante il giorno.

- Una qualche volta scriviamo una sceneggiatura insieme! - mi proponi una volta.

- Del tipo?

- Sulla vita e la morte. Penso continuamente a questa cosa. Ora lei finirà il suo romanzo, io scriverò tutte le voci per il mio dizionario, sebbene non si intraveda una fine, e proviamo a raccontare sullo schermo la cosa più importante per tutti. È davvero importante, soprattutto ora che è iniziata la grande vanità. Ora lei si rallegra, la perestroika… Anch'io, ovviamente, sono contento. Ma so che nella stessa misura in cui crescono le forze del bene, crescono anche le forze del male. Bisogna orientare la gente verso l'eterno. Torneremo ancora su questo discorso… Ma ora voglio proporle una spedizione. Ha notato che dove c'è la mensa c'è anche una balera? Perchè non andiamo a dare un'occhiata?

Stupito da questa proposta, mi alzo dalla sedia. E così siamo seduti al buio su una panchina sotto un albero frondoso. Davanti a noi, in una piazzetta asfaltata inondata di luce elettrica, si contorce, salta, si scuote la folla. Il cosiddetto «disk-jokey», un ragazzo del personale locale, cambia la cassetta nel mangianastri e, chiaramente deridendo il pubblico, urla nel microfono:

- E ora il ballo bianco! Oggi i nostri ospiti sono dei turisti delle regioni di Vologodskij e di Archangel'skij. Le dame, le Maše, le Nataše e le altre Njuše, invitino i cavalieri. Ma solo quelli del posto! Per mostrare l'amicizia dei popoli. E perfino l'amore!

Obbedendo a questa esortazione, le ragazze e le donne timidamente si dirigono verso le persone dall'aspetto criminale, che circondano compatte la balera. Rafforzata dalle dinamiche la cacofonia fa esplodere di nuovo il silenzio.

Camminiamo nell'oscurità lungo il sentiero. Di fianco l'onda del mare sbatte contro gli scogli.

- Percepisco il nostro tempo insieme come l'inizio del Giudizio di Dio - mi dici. - In sostanza, da quando Cristo è apparso sulla terra, il Giudizio è iniziato già lì. Tutta la vita nella società umana è già un Golgota.

Durante la notte aumenta gradualmente un temporale. Dopo colazione andiamo tutto il giorno a Derbent.

Questa città, che sorse lì dove la catena montuosa del Caucaso si avvicina di più al mar Caspio, da tempo immemorabile controllava lo stretto passaggio da nord a sud. La minacciosa fortezza di Naryn-Kala giganteggia sullo scoglio ancora oggi. Lì nella seconda metà della giornata ci aspetta lo storico locale che poi ci mostrerà tutto in dettaglio, quando le folle di turisti saranno rifluite.

Intanto passeggiamo per questa città originale, che sembra quasi il piedistallo di una cittadella ciclopica, ed entriamo in un negozio di libri. Tu compri qualche libro, tra cui una raccolta di poemi di Evtušenko[25].

- Batjuška, perchè se l'è comprato?

- E se…? E se ci fosse anche solo un verso umano... E sa, Colonnello, magari si stupirà, negli ultimi tempi sempre più spesso rileggo Majakovskij. Senza parlare del suo enorme talento, era un uomo complicato. Sono persuaso che, nonostante tutta la sua lotta contro Dio, nella sua anima fosse profondamente religioso, anche se inconsapevolmente. Una specie di Giobbe biblico che litiga con Dio.

E inizi a recitare a memoria le strofe da «La nuvola in calzoni», «Flauto di vertebre».

- Hey, cittadini! Venite qua! È aperto! - ci chiama un anziano baffone[26] con un grembiule bianco.

Andiamo verso il tavolino della sala da tè. Ci danno un tè forte in piccoli bicchierini con lo stelo stretto al centro, e dello zucchero in zollette su un piattino.

Il cameriere della sala da tè è chiaramente interessato a due visitatori inusuali. Ci guarda attentamente, si mette ad ascoltarci, poi si siede al nostro tavolino. Ci racconta della città multinazionale, dei milionari clandesini, delle lotte dei clan, di come il direttore della fabbrica di cognac del posto, venendo a sapere della futura revisione, versò dai barili in un fossato un'enorme quantità di cognac da vendere sottobanco, e gli abitanti con dei secchi attingevano da quel torrente. Poi condivide con noi le disgrazie della sua famiglia: sono tutti malati, si curano, gli tocca dare ai medici delle bustarelle enormi…

- Dappertutto è la stessa cosa - dici tu, sospirando pesantemente. - Come si chiama? Gasan? La ringrazio molto, Gasan! Dobbiamo andare.

- No. Non vi lascio andare via così. Vi faccio un saluto.

Gasan si alza di scatto, si allontana da qualche parte. Tutto d'un tratto intorno alla sala da tè si sollevano fontane, fontanelle, fontanucce. I flessuosi getti d'acqua si frantumano nel vento, brillano sotto il sole, coprono di spruzzi gli arbusti e gli alberi verdi.

Il cameriere, raggiante, ci accompagna e ci chiede di tornare ancora. Ci arrampichiamo per i ripidi e stretti vicoli della cittadella. Lungo il ponte di sampietrini scorrono torrenti di liquami. Dei cani rognosi corrono dietro ai carri che trasportano la carne coperta da un telone. Delle vetuste vecchiette orientali, accovacciate, commerciano a gesti da sotto gli scatolami, i libretti non rilegati e le vecchie camicie di lana…

- Tenga a mente, Colonnello! Guardi con occhi bene aperti. Eccole un esempio lampante del cosiddetto socialismo sviluppato.

Passiamo davanti a una nicchia di pietra dove degli adolescenti, passandosi frettolosamente una samokrutka[27], aspirano una qualche "erba".

In alto, nella cittadella, ci incontriamo con lo storico-studioso del posto. Con entusiasmo ci guida per il vasto territorio della fortezza, ci racconta delle battaglie, delle conquiste e delle disfatte. Fino a quando fa buio ci addentriamo con lui tra gli scavi archeologici, veniamo a sapere dell’arte della fortificazione degli antichi, dei passaggi sotterranei che sbucano direttamente sul mare.

Non mi stanco di meravigliarmi di come gli studiosi locali intuiscano all'istante con chi hanno a che fare. Colpiti dalla tua conoscenza enciclopedica, fanno domande, tirano in ballo problemi scientifici da discutere, condividono le proprie ipotesi.

- Vladimir L'vovič, non è forse ora per noi di tornare a casa? - mi chiedi, un po' stanco.

Tu, proprio come me, sei una «allodola». Alle undici di sera al massimo vuoi dormire, però ti svegli presto.

Al mattino sento un'esclamazione:

- Volodja! Guardi, anche qui è arrivato l'autunno!

Sopra al mare calmo vola un enorme stormo bianco a tre punte. A lungo lo accompagnamo con lo sguardo.

- Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo - sussurrano le tue labbra. - Dio, abbi pietà di me, peccatore…

Lavoriamo per giorni interi. A pranzare, nonostante le tue esortazioni, non ci vengo. E a volte, dal balcone, ti vedo passare in solitudine tra le sbarre dell'inferriata.

- Colonnello, oggi come secondo c'erano le polpette. Gliene ho portata una. La mangi, per favore.

Ci sediamo a lavorare. Dopo un paio d'ore:

- Volodja, perchè non ci facciamo un bagno nel mare? Mi sono incagliato, non riesco a scrivere. Ecco cos'ho fatto invece di lavorare - e mi mostri due fogli di carta coperti di disegni di animali preistorici. Un mammut, uno pterodattilo, una lucertola. In tutto dodici immagini. In basso su uno dei fogli due figure umane stilizzate con una scritta: «Due dervisci».

- Questi siamo io e lei, - mi dici e inizi a stracciare i disegni.

- Ma che fa??? Sašen'ka! Li dia a me, la supplico!

Questi disegni sono ora davanti a me. Splendidamente eseguiti, come dal vivo. E con humor…

Dopo aver fatto il bagno, torniamo a casa salendo le scale. Nel pianerottolo fra il secondo e il terzo piano, il nostro, c'è un televisore acceso. Danno un cartone per bambini. E io vedo che ti blocchi, ti fermi e ti lasci andare in poltrona.

Da molto ho notato che i film semplicemente ti attirano. Qualsiasi film. Io cerco di filarmela se il film non mi piace. Mentre tu trovi il modo di guardare fino alla fine perfino il film meno riuscito, cerchi di capire perchè è venuto male, lo analizzi.

- Dunque, Colonnello, torno di nuovo all'idea di scrivere una scenografia sulla vita e sulla morte. Penso che non dovrebbero esserci attori. Facciamo delle interviste a chi è sopravvissuto alla  morte clinica, ai sacerdoti di tutte le religioni, sottolineiamo quello che dicono in comune sull'esistenza dopo la morte. Forse potrebbe farlo proprio lei? Non avrà mica preso una laurea in regia per nulla!

- Ma chi ci farebbe mai girare un film simile?

- Ce lo permetteranno! Proprio in questo momento, in cui è possibile aprirsi una strada. Chi lo sa cosa sarà poi!

Il giorno dopo in spiaggia appare un fotografo. Immediatamente mi trascini fuori dalle onde del mare ed ecco che siamo seduti su uno scoglio davanti alla macchina fotografica.

Qualche giorno prima della nostra partenza riceviamo le foto.

- Lo sa, non mi ero mai riposato così! Abbiamo sia fatto tanti bagni, che lavorato…

… Nel freddo vagone con i finestrini abbassati andiamo a Mosca, incontro alle piogge, incontro al futuro.

 

16

Nella primavera del 1987 finisco il romanzo. E inaspettatamente decido di sposarmi. Presentandoti Žanna, vedo la tua piena approvazione.

Ci sposi, solenne, regale.

- Confesso di essermi molto preoccupato per il Colonnello. Non è bene che un uomo stia da solo. Voglia il Signore che fra di voi vada tutto bene, - dici a mia moglie.

Questo cambiamento nel mio destino non ci allontana affatto l'uno dall'altro. Nei giorni in cui frequento la chiesa a Novaja Derevnja, spesso ti aspetto dopo la funzione per poi andare insieme a Mosca.  L'attesa a volte si dilunga per ore e ore. Una gran quantità di persone si affolla nel cortiletto della chiesa, per ognuno è indispensabile fare le proprie domande, parlare un po'. Uscendo dalla chiesa, finisci in un fitto anello di persone desiderose di un contatto, e per tutti hai una parola, un sorriso. Molti si trascinano dietro di te nella casetta di fianco alla chiesa, nello studio.

- Un minuto! - a passi veloci vieni verso il cancello, dove ti aspetto vicino alla mia «zaporožec». - Volodja, ancora una trentina di minuti, al massimo quaranta, e poi andiamo. Va bene?

- Certamente. Non si preoccupi, non abbia fretta.

Passa ancora un'ora, un'ora e mezza. Finalmente appari con la tua immancabile cartella pesante, ti siedi in macchina, mi allunghi un panino o una mela.

- Mi perdoni, Colonnello. L'ho fatta aspettare così tanto…

- Lei è riuscito a mangiare un po’?

- Ho spiluccato qualcosa. Beh, che novità per il romanzo?

- Lo leggono in diverse riviste. Dicono che è molto interessante, piace, ma nelle recensioni scrivono che è troppo voluminoso, che il lettore sovietico non è preparato a questo tipo di opere.

- È proprio così. Non è preparato. Sa una cosa? Oggi, quando avrò finito tutte le amministrazioni, faccio un salto da lei. In ogni caso voglio prendere da lei una copia.

- Per fare? In che modo può aiutarmi? Se neanche a lei fanno stampare un solo libro in Urss.

- Le vie del Signore sono imperscrutabili, - mi dici vago, e poi mi chiedi: - Ma perchè non si mangia la mela?

- Guidare un'auto col comando manuale e allo stesso tempo mangiare è praticamente impossibile.

- E allora le darò io da mangiare.

Arrivati a Mosca, a lungo cerchiamo le vie e i vicoli dove abitano le persone che aspettano il tuo aiuto, la tua benedizione. Solo a sera arriviamo a casa, da me. In fretta bevi il caffè, fai qualche telefonata, prendi una copia manoscritta del romanzo.

Ed eccoci già alla stazione Jaroslavskij.

- Dio la custodisca! - mi benedici con il segno di croce e, come sempre senza guardarti intorno, precipitosamente vai verso le banchine.

A casa mia moglie mi racconta che ogni volta, venendo da noi, trovi un momento libero per chiederle: «Come va con Volodja? Si prenda cura di lui. Non vivete in ristrettezze? Ecco, prenda dei soldi, basta che lui non lo sappia».

Padre Aleksandr, Aleksandr Vladimirovič, Saša! Quando Žanna declina il tuo aiuto, di nascosto infili i soldi nei libri sugli scaffali! Non molto tempo fa, aprendo «Moby Dick», che non leggevo da molto tempo, ho trovato qualche altro pezzo da venticinque.

Dal 1988 nel Paese si creano le condizioni che ti danno la possibilità di intervenire con una predica aperta sulla dottrina di Cristo.

I primi interventi fuori dalla chiesa, le prime pubblicazioni su giornali e riviste firmate «arciprete Aleksandr Men'». Ovviamente io sono felice del fatto che tu sia uscito verso la gente, verso un ampio auditorio. E allo stesso tempo la cieca e invidiosa disapprovazione delle gerarchie ecclesiastiche, le crescenti minacce dell'associazione «Pamjat'»[28], vengo a conoscenza anche di tutto questo.

- Batjuška, esce così presto da casa, poi torna tardi. Possibile che non capisca che sia pericoloso? Una volta un qualche farabutto si mette in agguato… Quanti dei suoi amici, dandosi il cambio, potrebbero proteggerla! E lo farebbero con piacere.

- Ma che dice, Colonnello! Sopra a tutto sta la volontà di Dio.

Istantanea come il bagliore del lampo, questa scena spaventosa l'ho già vista tempo fa, ancora prima che ti interrogassero al Consiglio per gli affari religiosi. Già allora ti ho chiesto e ho cercato di convincerti a stare attento. Ho sempre ricevuto la stessa risposta: «Sopra a tutto sta la volontà di Dio».

Il tempo vola. Per la prima volta ti fanno andare all'estero, in Polonia.

- Batjuška, se sarà possibile visiti Cracovia. Dicono che sia una città straordinaria.

Al ritorno mi spieghi che tutto il tempo è andato per il lavoro nelle biblioteche, hai studiato il materiale per il tuo vocabolario di bibliologia. Non c’era da andare in giro…

Una volta mi mostri un lungo foglio di carta dove a computer sono stampati gli orari degli interventi di tutta la prima metà del 1989. Ogni giorno, ogni ora, tutto è stabilito in anticipo.

Arriva la sera in cui per la prima volta appari su uno schermo televisivo. In questo periodo iniziamo a vederci più raramente. Sei occupato da mattina a sera. Al mattino il servizio, di giorno le amministrazioni, la sera gli interventi. E ancora gli incontri con una grande quantità di persone.

Il telefono squilla, sempre all’improvviso.

- Colonnello, la chiamo dal club sulla Volchonka, tra cinque minuti vado in scena. Come va lei?

- La casa editrice «Sovetskij pisatel'»[29] ha stipulato un contratto per il romanzo! Uscirà nel 1991![30]

- Complimenti! Gliel'avevo detto di non perdere la speranza. Passo a trovarla fra qualche giorno. Saluti Žanna!

Dopo qualche giorno nel silenzio risuona il tipico triplo squillo alla porta. Appari con la solita cartella e uno zaino in spalla.

- Possibile che fra due anni io e lei terremo in mano un libro chiamato Qui ed ora?!? Ancora una volta dico che il suo compito è quello di scrivere, senza perdere neanche un giorno. Cosa sta facendo adesso? Si ricorda di avermi raccontato di due viaggi, nel Caucaso e in Egitto? Devo dirle che spesso coi pensieri torno a queste storie. Perchè non scrivere sulla base di essi la seconda parte della ricerca spirituale del suo eroe, Artur Kramer? Ci pensi!

Dopo aver bevuto il tè, guardi inquieto l'orologio.

- Sa una cosa, mentre andiamo alla stazione facciamo un salto in rosticceria, oggi viene ospite da me un sacerdote dalla Cecoslovacchia e a casa non c'è niente da mangiare.

Facciamo un salto in una rosticceria, in un'altra. Anche lì non c'è niente da mangiare, solo scaffali vuoti. Quasi di fronte alla stazione Jaroslavskij riusciamo a comprare due chili di peperoni secchi farciti. Li cacci dentro a una borsa di plastica.

- Batjuška, cerchiamo ancora. Che razza di cibo da offrire è? Un'inezia.

- Un ottimo cibo! Ottimo! In ogni caso non troveremo nient'altro. E il tempo è prezioso. E ho una richiesta per lei: fra qualche giorno partirò insieme agli esponenti della cultura per un simposio in Germania. Il volo sarà di mattina. La sera prima posso venire a dormire da lei? Visto che abita sulla via per Šeremet'evo-2.

- Che domande sono? Ma certo!

Da allora sempre, prima di partire, passi la notte da me. Ceniamo insieme, guardiamo la televisione: hanno iniziato a trasmettere le funzioni religiose, a far vedere le chiese, sempre più spesso sulla bocca di chi interviene appare la parola «spiritualità».

- Ovviamente, grazie anche per questo… - dici. - Chi avrebbe potuto pensare che io e lei saremmo vissuti fino a vedere questo… Eppure è poco probabile che tutto ciò abbia a che fare con la religione. Semplicemente si sono infranti i vecchi schemi totalitari. È aumentato colossalmente l'imperversare della criminalità. Lo Stato si è smarrito. Attraverso l'aiuto della Chiesa vuole stabilire delle norme morali. Faccia attenzione, nessuno, neanche le gerarchie che appaiono in televisione, mai, neanche una volta, ha predicato di Cristo, di Dio, o ha parlato della sostanza stessa di quello che sappiamo, di quello in cui crediamo. I paesaggini melliflui con le chiese che vendono sul Vecchio Arbat, questa è tutta la «spiritualità». Bisogna dire che anche questo può finire in qualsiasi momento. Bisogna sbrigarsi! Portare le persone alla parola autentica di Cristo, e non a un qualche surrogato spirituale per poveretti. 

Arriva il 1990.

 

17

In televisione, alla radio, negli stadi, nella maggior parte degli auditori risuona la tua voce. I giornali e le riviste pubblicano i tuoi articoli. Le tue prediche raggiungono milioni di persone.

Di solito non vengo ai tuoi interventi. E non solo perchè sono occupato, ho scritto una novella, sto intraprendendo una cosa nuova legata ai temi dei viaggi di cui abbiamo parlato.

Non vengo quasi mai a questi interventi perchè sento fisicamente un’atmosfera di idolatria, creata dal pubblico esaltato intorno a te. La fede è un fatto di esperienza spirituale profondamente personale. L'entusiasmo religioso generale, di massa, è solo una passione, una moda. Inoltre, la folla ha la peculiarità di abbattere gli idoli poco tempo dopo averli innalzati …

Mentre tu, come se non notassi nulla, con il cuore puro continui la tua predicazione.

Una sera mi avvicino al club sulla Volchonka. Tu appari circondato dalla gente. E qui, per strada, tutti ti fanno domande, chiedono quando sia possibile venire in chiesa a battezzarsi.

Finalmente ti siedi in macchina e andiamo via.

- Colonnello, non vorrebbe dirmi qualcosa?

- No.

- Non finga. Da molto lo sento, è maturato. Parli!

- Ah, batjuška, forse ho torto, ma mi sembra che tutte queste persone la trasformino in una superstar. Mi creda, in me non è la gelosia che parla. In alcuni dei suoi articoli ha iniziato a ripetersi. Ma ogni suo intervento, secondo me, dovrebbe essere un avvenimento.

- Voloden'ka, ha assolutamente ragione. Ma si metta nei miei panni. Quanti anni sono stato in silenzio! Mentre ora, al pari del seminatore della parabola, ho ricevuto una possibilità unica di spargere le sementi. Si, la maggior parte di esse cade sul terreno di pietra, e non ne verranno germogli. Cosa pensa, che io non veda la confusione  nella testa della gente? Ma se dopo il mio intervento si ridesta qualcuno, anche solo uno, forse che questo è poco? Sa, ho la sensazione che a breve tutto questo finirà, almeno per me.

- Da dove le è venuto questo pensiero? - in risposta silenzio.

- A proposito, a giorni mi incontrerò con gli scrittori nella Casa dei letterati. Venga!

E così sono seduto in una sala stracolma, guardo il palco illuminato dove tu, dopo aver tenuto una lezione, con il microfono in mano rispondi alle domande. Non si contano. Ad esse rispondi in modo ispirato, finchè non dispieghi l'ennesimo foglietto con sopra un'altra domanda.

- A-ha! Eh già! La aspettavo da molto questa. Perfino qui non la si poteva evitare. «Cosa ci fa lei, ebreo, nella nostra chiesa ortodossa?» - ecco quello che c'è scritto…

Padre Aleksandr, Aleksandr Vladimirovič, Saša! Tranquillamente spieghi alla sala che per il Cristianesimo non ci sono «né giudei, né greci», e mi si stringe il cuore. Ma come posso rimproverarti, quando ogni tuo intervento in questo ambiente è un ulteriore atto di coraggio personale… «Signore, custodisci e abbi pietà del mio batjuška padre Aleksandr!».

In primavera e in estate fai due viaggi in Italia. Dopo uno di essi vengo a prenderti all’aeroporto di Šeremet’evo, rallegrandomi in anticipo per il fatto che sei riuscito a riposarti.

Appari da dietro il bancone del controllo doganale, irriconoscibile. Invecchiato. In qualche modo più piccolo. Le borse sotto gli occhi.

- Cos'è successo, batjuška?

- Non andrò mai più all’estero. Prima di tutto, è caro. Non ho il diritto di spendere per me stesso così tanti soldi. E in secondo luogo, vanità delle vanità. Alla fin fine, tutto quello che ho visto lo sapevo già dai libri e dai film. Sarebbe stato meglio lavorare a casa, il dizionario non è ancora definito. E a lei come va? Il nuovo romanzo procede?

- Procede.

- Grazie a Dio! A Roma le ho comprato le sue amate stilografiche con l'inchiostro nero. Scriva. Fra qualche giorno verrò apposta per ascoltare.

 

18

31 luglio 1990. Se avessi saputo che ci saremmo visti per l'ultima volta, che rimanevano solo 40 giorni…

Quel giorno esco il mattino per degli affari, e quando torno a casa sento la tua voce. Tu e Žanna pranzate in cucina, parlate di qualcosa, ridete.

- Di cosa parlate voi due qui?

- Di lei, Colonnello! Dov'era finito? Ho una richiesta. Ho bisogno di andare a Strogino, per confessare e dare la comunione a una malata. E poi, se è d'accordo, torniamo da lei per ascoltare quello che ha buttato giù.

- Andiamo.

- Prima mangi qualcosa. Sarà affamato.

A Strogino ci tratteniamo un po'. A lungo lavano la malata, la cambiano, le rifanno il letto. Aspettiamo in cucina.

- Colonnello, qualche tempo fa ho mandato il suo romanzo in Inghilterra. Lo tradurranno là!

- A chi? Dove?

- Queste non sono cose che la riguardano. Il suo lavoro è quello di creare. Žanna mi ha detto che andrete a Koktebel'. Alla Casa degli artisti?

- Si, se ci daranno il permesso[31].

- Eh, Colonnello! Se non avessi passato così male le vacanze in Italia, mi sarei fatto invitare. Mi sarei sistemato da qualche parte lì vicino…

- Eccezionale! Forse riusciamo ad organizzare. Non riesce a scappare per una decina di giorni? Dobbiamo andare proprio alla fine di agosto. Compro un biglietto anche per lei!

- Non se ne parla nemmeno! Ho appena intrapreso la costruzione di un battistero di fianco alla chiesa. Andandomene, avevo lasciato l'incarico alle persone più affidabili. E non hanno fatto niente, niente. Bisogna mettersi al lavoro.

- E per quanto riguarda l'uscita dei suoi libri in Urss?

- Un mare di proposte. E come risultato ancora zero. Chi non ha la carta, chi non ha la tipografia. Alcuni hanno delle buone intenzioni. Il dizionario è terminato. Anche per questa pubblicazione c'è una nebbia generale.

Finalmente la malata è pronta. Vai nella sua stanza. Io rimango da solo. Ho ancora tempo per trovare il modo di convincerti a venire con noi. Forse, se avessi trovato le parole, gli argomenti, le prove e fossi riuscito a convincerti della necessità di questo viaggio, non sarebbe successo nulla?

Non lo so. In ogni caso il senso di colpa è tanto. Non ha fine.

Sulla via del ritorno mi chiedi di fermarci accanto a una panetteria.

- Perchè, batjuška?

- A casa non avete pane.

Esci dal negozio con anche una torta.

- Ecco. Ci è andata bene. Cioccolato e wafer.

Siamo seduti in cucina davanti al tè e alla torta. Tu, come sciogliendoti, racconti in modo avvincente del mar Adriatico, del pescespada e di altre meraviglie di quel mondo sottomarino. Poi ti leggo le prime pagine del nuovo romanzo.

- E questo è tutto quello che ha scritto? Colonnello, all'ultimo romanzo ci ha lavorato sette anni. Troppo a lungo. Quanto tempo richiederà questo? Ha già ponderato tutto, abbiamo esaminato tutto insieme, le ho dato la mia benedizione. Qual è il problema?

- La vita distrae, ma per il resto tutto a posto. Ho anche pensato al titolo.

- Quale?

- Tutti i dettagli di questo viaggio.

-Va molto bene! È molto pertinente. Ora va a Koktebel', là non dovrebbe distrarla nulla. Faccia il bagno di tanto in tanto e scriva. Per riportare almeno metà libro. Così per Capodanno sarà finito. Bisogna sbrigarsi, Colonnello! Quante volte gliel'ho già detto, chissà cosa ci aspetta.

E quaranta giorni dopo, quando, uscendo dal mare dopo il lavoro, mi distendo sulla calda ghiaia della spiaggia di Koktebel', spunta una donna con un foglietto in mano e urla:

- Chi è qui Vladimir Fainberg?!? - mi alzo. Le vado incontro.

- Un telegramma per lei da Mosca, - dice lei, guardandomi con terrore.

Leggo: «Ucciso padre Aleksandr Men'».

Non ho fatto in tempo ad arrivare per il funerale. Al nono giorno sono vicino all'angolo del giardinetto della chiesa, presso la tomba coperta da una montagna di fiori.

Il vicedirettore della Biblioteca di letteratura straniera Katja Genieva mi dice:

- Qualche giorno prima dell'assassinio padre Aleksandr era stato da me al lavoro. Era appena arrivata una lettera da Londra che diceva che il romanzo Qui ed ora aveva raggiunto il primo posto. Non voleva dirle che era un concorso. Per non ferire il suo amor proprio in caso di insuccesso. Se vi foste visti, come sarebbe stato contento! Ha fatto un salto quasi fino al soffitto. Mi ha detto: «Bisogna scrivere, congratularsi col Colonnello».

Che fare ora col romanzo? Sono rimasto orfano. Come lo sono le centinaia di persone strette attorno con le candele accese in mano.

Sašen'ka, Sašen'ka, come volevamo proteggerti, tutti quanti, e invece nel momento più orribile, tu, sempre circondato dalla gente, sei rimasto solo…

Aleksandr Vladimirovič, caro, amato, veramente lì, in quella tomba, immobile giaci tu? Il più vivace, il più allegro…

Padre Aleksandr, batjuška mio, quali pensieri ti sono balenati quando, con il sangue che scorreva, ti muovevi ancora lungo la stradina verso casa? Per cosa pregavi? Perchè alle donne che ti sono venute incontro non hai detto il nome dell'assassino? Del resto, mai, neanche una volta hai parlato male di qualcuno. Di nessuno.

In uno dei tuoi libri hai scritto: «La vita secondo i precetti della religione è inscindibile dalla lotta per il trionfo del bene, dalla lotta per tutto ciò che c’è di luminoso e magnifico; essa deve essere non un’attesa passiva della "manna dal cielo", ma una coraggiosa resistenza al male».

Leggo e ancora una volta sento la tua voce, padre Aleksandr, Aleksandr Vladimirovič, Saša…

 

V. Fainberg, scrittore, Mosca, 1991.

 



[1] Padre Men’ era controllato dal KGB, quindi entrare in contatto con lui significava essere poi controllati a propria volta dal KGB.

[2] Moskovskij Gosudarstvennyj Universitet, Università Statale di Mosca.

[3] È il prete, con il quale si ha un rapporto di vicinanza.

[4] Treno elettrico locale che dal centro di Mosca porta ai paesi e alle campagne circostanti.

[5] Moglie del poeta Maksimilian Vološin (1877–1932).

[6] L’autore di questi ricordi prestava aiuto alle persone malate in modo assolutamente disinteressato e gratuito (NdC).

[7] Latte fermentato, simile allo yogurt, ma più naturale e tipico russo.

[8] Il tipo più povero di macchina sovietica.

[9] San Sergij di Radonež, santo protettore di Mosca, fondò uno dei più importanti ordini monastici di Russia.

[10] Auto russa di alto livello in produzione durante l’epoca sovietica, destinata solamente ai funzionari del partito e del governo.

[11] Preghiera liturgica ortodossa.

[12] Parte dell’iconostasi, è la porta attraverso la quale passa il sacerdote.

[13] Comitato regionale del partito comunista.

[14] Plov: riso con la carne.

Manty: tipici ravioloni uzbechi.

[15] Tipica automobile russa.

[16] Cappellino orientale a calotta.

[17] Letteralmente rosso-carne.

[18] KPSS: Kommunističeskaja Partija Sovetskogo Sojuza, PCUS: Partito Comunista dell’Unione Sovietica.

[19] In italiano nel testo.

[20] Ente locale di gestione, municipio sovietico.

[21] Tavolo basso presente in tutti giardini dell’ Asia Centrale.

[22] Il kerigma è l’annuncio esplicito della Salvezza in Cristo. Cristo, sconfiggendo la morte, ha perdonato i tuoi peccati e ti ha salvato, ti ha donato la vita eterna.

[23] Folle per Cristo. Letteralmente significa pazzo, scemo dalla nascita, folle. storicamente però ha assunto un significato preciso, religioso, i folli per Cristo sono coloro che servono Dio sotto la maschera della pazzia e della semplicità.

[24] Charčo: tipica zuppa caucasica.

Kaša: specie di polenta preparata con grano.

Kompot: bevanda ricavata da frutta o bacche bollite.

[25] Evgenij Aleksandrovič Evtušenko (1933) poeta russo.

[26] Usač, il Baffone, era anche il soprannome di Stalin.

[27] Sigaretta fatta a mano.

[28] Associazione che si rifà a quella dei «Cento Neri», un’organizzazione politica antisemitica di estrema destra sorta in Russia durante la rivoluzione del 1905.

[29] «Scrittore sovietico».

[30] Il romanzo Qui ed ora è uscito nel 1991 presso la casa editrice «Sovetskij pisatel’» con una tiratura di 15000 copie. Si sta preparando la pubblicazione in Italia e in Inghilterra (NdR).

[31] Nell’originale putëvka, un foglio di viaggio che veniva concesso dallo Stato per poter passare le vacanze nei luoghi di villeggiatura, anch’essi statali.

   


© Vladimir Fainberg, 2003–2011.
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